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	<title>Politicambiente</title>
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		<title>EUROPA &#8211; Urgentissimo ridurre l&#8217;attuale mezza tonnellata di rifiuti &#8220;pro capite&#8221; per ogni anno</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 01:15:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21283" class="wp-caption aligncenter" style="width: 563px"><img class="size-full wp-image-21283" title="Immagine dal web" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/11/rifiuti-europa.jpg" alt="Immagine dal web" width="553" height="553" /><p class="wp-caption-text">Immagine dal web</p></div>
<p>(Politicambiente,it, nov 2011) &#8211;  In base all’ultimo rapporto elaborato in Italia dall’ISPRA ( <a href="http://www.isprambiente.gov.it/site/it-IT/Pubblicazioni/Rapporti/Documenti/rapporto_141_2011.html" target="_blank">Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale</a> ), nel 2009 ogni abitante del nostro Paese ha “prodotto” in media oltre mezza tonnellata (532 chili) di rifiuti. Una quantità che è raddoppiata negli ultimi 40 anni. E in Europa le cose non vanno molto meglio: i dati Eurostat del 2007 parlano di 522 chili di rifiuti a persona ogni anno. Dati che, dice l’ISPRA, sono il risultato di un sistema di produzione, trasporto e distribuzione non più sostenibili e che contribuiscono per quasi il 50% alle emissioni nocive che favoriscono i cambiamenti climatici. Nella prospettiva di un cambiamento radicale, l’Unione europea ha intanto proposto una serie di inziative che, dal 19 al 27 novembre 2011, sono confluite nella <a href="http://www.ecodallecitta.it/menorifiuti/" target="_blank">Settimana europea per la riduzione dei rifiuti</a> (Serr).</p>
<p><strong>PREVENZIONE</strong> &#8211;  La Serr, giunta alla sua terza edizione, intende sensibilizzare i cittadini europei al concetto di “prevenzione dei rifiuti”, che può essere definito come una “riduzione della generazione di spazzatura”. “Questa iniziativa è nata nel 2008 – spiega Roberto Cavallo, presidente dell’Associazione internazionale di comunicazione ambientale e organizzatore dell’evento italiano – all’indomani della direttiva quadro 98/2008 sulla gestione dei rifiuti”. Una normativa con cui la Ue per la prima volta ha fatto leva sui concetti di prevenzione, riutilizzo, riciclo e smaltimento, la cosiddetta gerarchia dei rifiuti. “La questione è innanzitutto culturale – sottolinea Cavallo – e lo scopo è proprio quello di iniettare nella popolazione mentalità e pratiche virtuose”. Come, ad esempio, usare borse riciclabili o riutilizzabili, bere acqua del rubinetto, limitare l’uso delle stampanti, utilizzare pile ricaricabili, evitare lo spreco di cibo, evitare l’eccesso di imballaggi, incollare l’adesivo ‘no pubblicità’ sulle cassette della posta, acquistare ricambi ecologici, produrre concimi tramite compostaggio domestico, regalare gli abiti smessi.</p>
<p><strong>AZIONI NELLE COMUNITA’</strong> &#8211; Durante la settimana chiunque, dagli scolari, alle imprese, alle istituzioni, impara a svolgere azioni virtuose per dare il buon esempio. Tutte le iniziative hanno però una base comune, uguale in tutta Europa: “Lo scopo delle azioni comuni – specifica Rosa Puigi Morè della segreteria organizzativa della Serr italiana – è quello di dare linee guida da utilizzare allo stesso modo in tutta Europa, così da poter comparare la stessa tipologia di dati in tutto il continente”. Gli eventi sono stati suddivisi quindi in macroaree: riduzione dei rifiuti cartacei; riduzione di quelli da cibo; ripara/riutilizza e riduzione degli scarti dovuti all’eccesso di imballaggi. La partecipazione in Italia è stata elevatissima: il nostro Paese, dopo la Francia capofila del progetto, è quello che contribuisce di più, con 960 eventi. Tra le regioni più impegnate, il Lazio conta ben 211 «azioni», seguito da Lombardia (127) e Piemonte (85). Ottimo il piazzamento della Campania, prima regione del Sud, con 65 iniziative. Quest’anno, accanto ai privati, si è mosso anche il pubblico: oltre a tantissimi comuni, sono sei le giunte regionali e quindici quelle provinciali che hanno deciso di aderire alla Serr. A queste si aggiunge anche la Camera dei Deputati, che per questa settimana ha bandito l’uso delle bottigliette di plastica: in aula e nei corridoi di Montecitorio sarà possibile bere solo dagli erogatori.</p>
<p><strong>NO ALLO SPRECO DI CIBO </strong>– Una delle tante iniziative proposte durante la Serr si occupa degli scarti della grande distribuzione. Spesso causati solo da un difetto del pacchetto o dell’imballaggio: questo significa che il cibo non va a finire sugli scaffali del supermercato, ma direttamente in discarica. Uno spreco inimmaginabile. Per arginare questa pratica, la <a href="http://www.cauto.it/cauto.php" target="_blank">cooperativa bresciana Cauto</a> ha realizzato il progetto NOW ( No more organic waste). “Il nostro scopo è ridurre di circa l’85% la quota di rifiuti indifferenziati nella grande distribuzione organizzata”, ha spiegato una rappresentante della cooperativa. La onlus, che ha stretto accordi con importanti catene di ipermercati della zona di Brescia, ha messo in campo un gruppo di circa 50 volontari che tutti i giorni si sono occupati di differenziare i rifiuti e di donare il cibo scartato, ma ancora fruibile, alle associazioni che si occupano dei più bisognosi.</p>
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		<title>MEDITERRANEO &#8211; In inverno piogge meno frequenti ma più violente</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 06:45:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cambiamenti climatici]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21265" class="wp-caption aligncenter" style="width: 490px"><img class="size-full wp-image-21265" title="Immagine dal web" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/11/piogge-mediterraneo.jpg" alt="Immagine dal web" width="480" height="339" /><p class="wp-caption-text">Immagine dal web</p></div>
<p>(Politicambiente.it, nov 2011) &#8211; Sempre meno giorni di pioggia e di neve durante gli inverni mediterranei ma con precipitazioni di maggiore intensità e violenza, per effetto dei cambiamenti climatici. E le conferme giungono non solo dalle cronache italiane di questi giorni ma anche da uno studio del Noaa (<em>National Oceanic and Atmospheric Administration, </em>organo federale degli USA) secondo cui il numero di piogge e di nevicate invernali nel Mediterraneo è in discesa ormai da vent&#8217;anni.</p>
<p>L&#8217;analisi, pubblicata dal &#8220;Journal of Climate&#8221;, ha esaminato i dati delle precipitazioni a partire dal 1902 e fino allo scorso anno. La prima evidenza dei cambiamenti è che dei 12 inverni più &#8220;secchi&#8221; degli ultimi cent&#8217;anni ben 10 si sono registrati a partire dagli anni novanta del secolo scorso. Per verificare se il fenomeno dipende da fattori causati dall&#8217;uomo o è solo naturale, i ricercatori hanno inserito i dati in diverse simulazioni, concludendo che i gas serra emessi artificialmente dall&#8217;uomo, sono i maggiori responsabili. &#8221;La grandezza e la frequenza delle siccità sono troppo estese per essere spiegate solo dalla variabilità naturale&#8221; ha detto Martin Hoerling, uno degli autori dello studio Noaa. &#8220;La regione mediterranea &#8211; ha aggiunto &#8211; sta già sperimentando una situazione di stress idrico, ed è impossibile che la situazione torni alla normalità solo grazie alla natura&#8221;.</p>
<p>Il fenomeno appare preoccupante su entrambe le sponde del &#8220;Mare Nostrum&#8221;, dove una percentuale compresa tra il 60 e l&#8217;80 per cento dell&#8217;acqua dolce viene usata per irrigare i campi. In Italia già si assiste a fenomeni di desertificazione, come ha registrato un&#8217;analisi pubblicata recentemente dall&#8217;Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale): &#8221;Secondo questi dati &#8211; spiega Anna Luise, ricercatrice di questo istituto italiano &#8211; i fenomeni di vulnerabilità del suolo non si limitano alle cinque regioni già note (Sicilia, Puglia, Calabria, Basilicata e Sardegna) ma anche ad altre come Piemonte, Liguria, Toscana e Abruzzo&#8221;. Dall&#8217;analisi, che esamina il periodo fra 1990 e 2000, emerge che circa il 70% della superficie della Sicilia presenta un grado medio-alto di vulnerabilità ambientale. Seguono Molise (58%), Puglia (57%) e Basilicata (55%): &#8221;La desertificazione &#8211; spiega l&#8217;esperta dell&#8217;Ispra - è dovuta all&#8217;azione combinata di caratteristiche naturali intrinseche del terreno, insieme alle attività dell&#8217;uomo, che tendono ad un suo sfruttamento eccessivo. A questi si unisce l&#8217;impatto dei cambiamenti climatici, che stanno diminuendo l&#8217;apporto di acqua, insieme alla modifica delle temperature e della frequenza degli eventi estremi: si parla ad esempio di &#8216;piogge dilavanti&#8217; molto forti, che disgregano lo strato fertile più superficiale dei suoli&#8221;.</p>
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		<title>ITALIA &#8211; Le alluvioni-lampo colpiranno, in media, non più ogni vent&#8217;anni ma ogni 5 anni</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 07:44:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[Dissesto idrogeologico]]></category>
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(Politicambiente.it, nov 2011) - Gli eventi atmosferici estremi sono aumentati in tutto il mondo a causa dei cambiamenti del clima e le alluvioni-lampo che durano un giorno, come quelle che sta subendo in questo periodo l&#8217;Italia, aumenteranno di molto la loro frequenza passando da una media di una ogni vent&#8217;anni ad una ogni 5 anni. E&#8217; questa la [...]]]></description>
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<div id="attachment_21246" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-21246" title="Genova, novembre 2011 (foto da ansa.it)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/11/genova.jpg" alt="Genova, novembre 2011 (foto da ansa.it)" width="600" height="399" /><p class="wp-caption-text">Genova, novembre 2011 (foto da ansa.it)</p></div>
<p>(Politicambiente.it, nov 2011) - Gli eventi atmosferici estremi sono aumentati in tutto il mondo a causa dei cambiamenti del clima e le alluvioni-lampo che durano un giorno, come quelle che sta subendo in questo periodo l&#8217;Italia, aumenteranno di molto la loro frequenza passando da una media di una ogni vent&#8217;anni ad una ogni 5 anni. E&#8217; questa la principale conclusione a cui è giunto l&#8217;ultimo studio dell&#8217;Ipcc (<strong>Intergovernmental Panel on Climate Change, </strong>Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) che è stato presentato al meeting di questo organismo dell&#8217;Onu che si è tenuto a Kampala, in Uganda, lo scorso 18 novembre.</p>
<p>Secondo il documento &#8221;c&#8217;e&#8217; una probabilità del 66% che gli eventi estremi siano già peggiorati a causa dei gas serra prodotti dall&#8217;uomo&#8221;. Gli esperti sottolineano che la frequenza di calamità come le inondazioni in Thailandia o la tempesta di neve che ha colpito gli Usa poco prima di Halloween sia destinata ad aumentare, così come i costi, dell&#8217;ordine di miliardi di dollari, derivanti dalle catastrofi. Le calamita&#8217; più da temere, secondo il documento, sono le piogge estreme e le ondate di calore, che entro la fine del secolo potrebbero portare a diversi giorni consecutivi di temperature estive superiori di 9 gradi centigradi rispetto alla media. Nello stesso arco di tempo fenomeni di alluvioni estreme che durano solo un giorno, come quelle recentemente subite in Italia, capiteranno non più una volta ogni 20 anni ma due volte ogni decade. &#8221;Uragani e cicloni tropicali &#8211; afferma ancora il rapporto &#8211; diventeranno più violenti, anche se il loro numero non dovrebbe aumentare, e anzi potrebbe addirittura diminuire&#8221;</p>
<p>L&#8217;Ipcc è il foro scientifico formato nel <a title="1988" href="/wiki/1988">1988</a> da due organismi delle <a title="Organizzazione delle Nazioni Unite" href="/wiki/Organizzazione_delle_Nazioni_Unite">Nazioni Unite</a>, l&#8217;Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) ed il <a title="Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente" href="/wiki/Programma_delle_Nazioni_Unite_per_l%27Ambiente">Programma delle Nazioni Unite per l&#8217;Ambiente</a> (UNEP) allo scopo di studiare il <a title="Riscaldamento globale" href="/wiki/Riscaldamento_globale">riscaldamento globale</a>.</p>
<div dir="ltr" lang="it-content-ltr">
<p>Esso è organizzato in tre gruppi di lavoro:</p>
<ul>
<li>il gruppo di lavoro I si occupa delle basi scientifiche dei cambiamenti climatici;</li>
<li>il gruppo di lavoro II si occupa degli impatti dei cambiamenti climatici sui sistemi naturali e umani, delle opzioni di adattamento e della loro vulnerabilità;</li>
<li>il gruppo di lavoro III si occupa della mitigazione dei cambiamenti climatici, cioè della riduzione delle emissioni di gas a <a title="Effetto serra" href="/wiki/Effetto_serra">effetto serra</a>.</li>
</ul>
<p> </p></div>
<p> </p></div>
<p><!-- /#corpo --></p>
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		<title>CLIMA &#8211; Trattato di Kyoto verso il fallimento, costa troppo limitare e diminuire i gas serra</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 04:43:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cambiamenti climatici]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21232" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-large wp-image-21232" title="Immagine dal web" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/10/effetto-serra-600x600.jpg" alt="Immagine dal web" width="600" height="600" /><p class="wp-caption-text">Immagine dal web</p></div>
<p>(Politicambiente.it, ott 2011) – La crisi economica mondiale sta portando al totale fallimento delle promesse dei Governi di limitare le emissioni di gas serra, per evitare di surriscaldare la Terra. Infatti, le azioni da attuare per produrre meno CO2 hanno costi molto alti e già diversi Paesi importanti (USA, Giappone, Canada e Russia) hanno fatto sapere che non firmeranno più impegni vincolanti dopo la scadenza del trattato di Kyoto, nel dicembre 2012. Dunque, l’era di Kyoto sembra essere al termine: il protocollo sottoscritto nel 1997 nella città giapponese e ratificato da 191 Paesi (ma non dagli Stati Uniti) doveva agire da sostegno per gli degli sforzi di limitare il surriscaldamento del pianeta, ma i suoi effetti non hanno mai raggiunto la misura voluta.</p>
<p>In un rapporto pubblicato qualche giorno fa dalle Nazioni Unite e dal World Resources Institute di Washington si legge che “le emissioni nocive (prodotte dall’uomo,<em> ndr</em>) stanno ancora crescendo e gli impegni per interventi di riduzione nel futuro, in aggregato, sono inferiori a quanto la scienza suggerisce essere necessari”. Per buona parte, la crisi finanziaria mondiale ha reso difficili, oppure ha bloccato, molti degli sforzi che si stavano compiendo per ridurre le emissioni di gas serra e nessuno si sente più di prendere impegni, perché costa troppo. Abbiamo già detto di Stati Uniti, Canada, Giappone e Russia, ma anche i Paesi “emergenti”, guidati da Cina e India, hanno confermato che non penderanno impegni se non volontari. Perfino l&#8217;Unione Europea, finora all&#8217;avanguardia sulle questioni del clima, sta facendo passi indietro.</p>
<p>Fra appena un mese, alla fine di novembre, si aprirà a Durban (Sudafrica) la <a href="http://www.cop17-cmp7durban.com/" target="_blank">riunione annuale della Convenzione mondiale sul cambiamento del clima</a>. Sarà di grande importanza perché dovrebbe chiarire cosa succederà quando, alla fine dell&#8217;anno prossimo, gli impegni presi da molti Paesi sulla base del Protocollo di Kyoto non saranno più vincolanti. Sembra però non esserci alcuna speranza che si possa arrivare a un Kyoto Due, cioè a un nuovo protocollo sulla base del quale un certo numero di Paesi, e in particolare quelli più industrializzati, si assumano obblighi vincolanti di ridurre le proprie emissioni in quantità prefissate. Alcuni funzionari dell&#8217;Onu, sotto la cui egida la Convenzione si tiene, hanno detto di ritenere che a Durban vi sarà “successo o rottura”. L&#8217;ambasciatore del Paese ospite, il sudafricano Nj Mxakato-Diseko, ha dichiarato che “parlare di qualsiasi strumento vincolante per gli Stati sarebbe irresponsabile, molto irresponsabile”. “Perfino cominciare a suggerire che il risultato di Durban deve essere uno strumento legalmente vincolante – ha aggiunto Diseko -sarebbe irresponsabile, perché farebbe collassare il sistema di intese faticosamente raggiunte”. Ambizioni minime, insomma, da parte di chi organizza, per non fare crollare tutto.</p>
<p>Il problema sono i costi. In piena crisi finanziaria internazionale e con rischi di una nuova recessione economica all&#8217;orizzonte, i Governi non sono disposti a impegnare risorse per la riduzione delle emissioni di gas serra. E no se la sentono di costringere le proprie industrie ad affrontare i relativi costi. Che gli USA Uniti non aderiscano a una “Kyoto Due” non ha stupito nessuno, nonostante le promesse del presidente Obama di cambiare orientamenti in tema di clima. Ma il ritiro di Giappone e Canada, in passato difensori del Protocollo di Kyoto, è una novità assoluta. Ancora più sorprendente è quanto ha dichiarato nei giorni scorsi Jos Delbeke, direttore generale della <a href="http://ec.europa.eu/climateaction/index_it.htm" target="_blank">Climate Action della UE</a>: “Gli europei &#8211; ha detto &#8211; si pronunceranno politicamente a favore del Protocollo di Kyoto” ma non si legheranno ad alcun nuovo patto a meno che “altre parti non entrino nel club”. L&#8217;Europa, in altre parole, non vuole essere l’unica a tagliare le emissioni e a gravare di costi le proprie imprese, rendendole meno competitive in una fase come questa. Secondo stime della Commissione di Bruxelles, l&#8217;obiettivo di ridurre entro il 2020 le emissioni di gas serra del 20% rispetto al livello del 1990 già costa alla UE quasi 50 miliardi l&#8217;anno. In più, alcuni grandi gruppi industriali europei minacciano di delocalizzare le produzioni se i costi continueranno a crescere.</p>
<p> Le preoccupazioni per il cambiamento del clima, nel pieno della crisi, sono dunque arretrate, nella lista delle priorità. Anche l’impegno preso un anno fa alla conferenza mondiale di Cancún, in Messico, rimane lettera morta:  creare un fondo, il <a href="http://www.climatefund.info/" target="_blank">Green Climate Fund</a>, che dal 2020 dovrebbe concedere cento miliardi di dollari l&#8217;anno ai Paesi poveri per combattere l&#8217;aumento delle temperature e i suoi effetti. Finora non si è fatto alcun passo avanti in tal senso, ossia sul dove trovare il denaro e sul come poi gestirlo. “Questo non è il periodo migliore per parlare di finanziamenti perché tutti i Paesi sviluppati sono in una crisi” ha ammesso Christiana Figueres, la segretaria esecutiva della <a href="http://unfccc.int/2860.php" target="_blank">Unfccc, la Convenzione dell&#8217;Onu sui cambiamenti climatici</a>. La signora Figueres deve profondere ottimismo in vista della riunione di Durban e dice di puntare a “un&#8217;ampia cornice” di accordi che combini una seconda fase di Kyoto, accettata dai Paesi ricchi, con alcuni impegni che dovrebbero prendere quelli poveri.</p>
<p>Intanto il nostro Pianeta continua, noncurante della crisi, a scaldarsi in maniera eccessiva. Una nuova analisi, condotta da un gruppo di scienziati californiani &#8211; Berkeley Earth Surface Temperature &#8211; ha analizzato i dati di un miliardo e seicento milioni di rapporti sulle temperature terrestri ed è giunta alla conclusione che negli scorsi cinquant&#8217;anni la superficie del pianeta ha visto aumentare la sua temperatura di 0,91 gradi centigradi. Cifra che rappresenta quasi la metà dei due gradi di aumento del clima che, a parere di molti scienziati, provocherebbero le peggiori catastrofi, dalle inondazioni alle siccità. Questa nuova misurazione che potrebbe togliere ogni dubbio sulla realtà dell&#8217;innalzamento globale della temperatura.</p>
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		<title>Nel 2050 servirà il doppio di acqua, o sarà impossibile produrre cibo per i 9 MLD di abitanti</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 04:26:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_20947" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-20947" title="Foto dal web" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/08/ViaDellAcqua314.jpg" alt="Foto dal web" width="500" height="375" /><p class="wp-caption-text">Foto dal web</p></div>
<p>(politicambiente.it, ott 2011) &#8211; Il 16 ottobre 2011 si è celebrata, con l&#8217;apporto della Fao (Food and Agricolture Administration), la Giornata mondiale dell&#8217;Alimentazione ma nessun mezzo di comunicazione ha avuto il coraggio di dire che sarà impossibile, nei prossimi anni, dar da mangiare a tutta l&#8217;umanità vista l&#8217;incontrollata crescita demografica nei Paesi più poveri. Tanto meno ha avuto il coraggio di dirlo la FAO, che spende miliardi non si capisce bene per fare cosa (se non continui piagnistei). Nel 2050 servirebbe il doppio dell&#8217;acqua consumata oggi nel mondo per produrre abbastanza cibo per tutti i 9 miliardi di individui che abiteranno allora il Pianeta. Infatti, al termine del recentissimo e tradizionale incontro mondiale sui problemi dell’acqua, a Stoccolma, è stato messo l’accento proprio sul fatto che la Terra, fra pochi decenni, sarà abitata da oltre 9 miliardi di persone che raddoppieranno l’attuale richiesta idrica, in particolare per produrre il cibo necessario.</p>
<p>Quanto all’Italia, è emersa la solita carenza: troppi sprechi di acqua, soprattutto nella distribuzione. L’evento, organizzato come ogni anno dallo <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.siwi.org/">Stockholm International Water Institute</a></span> (SIWI), ha visto confrontarsi esperti provenienti da 130 Paesi e rappresentanti di oltre 200 organizzazioni internazionali. Obiettivo: andare oltre gli studi e la retorica, fornendo soluzioni alle sfide globali per l’acqua, l’ambiente e lo sviluppo. In che modo? Elaborando, innanzitutto, proposte operative per combattere gli sprechi di acqua nelle aree urbane dei Paesi sviluppati. Se l’anno scorso a Stoccolma il tema fu quello della qualità dell’acqua, quest’anno al centro dei dibattiti c’è la crescente urbanizzazione del pianeta e il suo fabbisogno del cosiddetto  “petrolio del XXI secolo”. Un fenomeno che, entro la metà del secolo, potrà portare due miliardi di persone a non avere accesso all’acqua potabile. Uno spunto di riflessione anche per l’Italia, Paese che spreca fino al 47% delle sue risorse idriche, quasi tutte nella distrubuzione. Infatti sussistono, nel nostro Paese, stili di vita incuranti delle preziosa risorsa e, soprattutto, una rete idrica ormai ridotta a un colabrodo.</p>
<p>Oggi, nel mondo un miliardo e 600mila persone subisce le conseguenze delle carenze d’acqua: carestie, pestilenze, migrazioni di massa. Una situazione destinata a peggiorare, a parere degli studiosi e gli esperti convenuti in Svezia. Secondo le previsioni, infatti, quando nel 2050 la popolazione globale supererà i nove miliardi di individui, per garantire la sicurezza alimentare sarà necessario il doppio dell’acqua già oggi utilizzata. A rivelarlo è un rapporto dell’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, presentato proprio questa settimana in occasione dell’evento di Stoccolma.</p>
<p>Primo problema sul quale concentrare gli sforzi, quindi, per gli esperti è la corretta gestione dell’acqua. Un aspetto cruciale, in un pianeta in cui oltre la metà della popolazione vive in aree urbane, ed in cui l’agricoltura è responsabile del 70% dell’utilizzo mondiale di “oro blu”. “Se non si modificheranno gli attuali regimi alimentari e le correnti pratiche agricole”, avverte l’Unep, “questa percentuale potrebbe salire al 90%”.</p>
<p>Al mondo sono già 830 milioni le persone che, nelle zone urbane, mancano dei servizi di base di approvvigionamento idrico. Lo ha ricordato <strong>Gunilla Carlsson</strong>, ministro svedese per gli Aiuti internazionali, che nel suo <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://a.blip.tv/scripts/flash/stratos.swf?file=http%3A%2F%2Fblip.tv%2Frss%2Fflash%2F5487276&amp;showplayerpath=http%3A%2F%2Fa.blip.tv%2Fscripts%2Fflash%2Fstratos.swf&amp;feedurl=http%3A%2F%2Fworldwaterweek.blip.tv%2Frss%2Fflash&amp;brandname=blip.tv&amp;brandlink=http%3A">discorso di apertura</a></span> ha ricordato come la carenza e la cattiva gestione dell’acqua siano nel mondo la seconda causa di morte infantile. Per Carlsson servono quindi “nuove tecnologie e nuove politiche”.</p>
<p>Una necessità anche per il nostro Paese. “In Italia siamo molto indietro sulla gestione sostenibile dei corsi d’acqua”, denuncia <strong>Andrea Agapito</strong>, responsabile acque di Wwf Italia: “Siamo gli ultimi in Europa nell’applicazione della direttiva quadro Acque 2000/60/CE per la protezione delle acque superficiali e sotterranee”. Non solo, sottolinea Agapito, “Attualmente lo Stato dà concessioni consentendo un prelievo di quantità d’acqua superiore rispetto a quella che i corsi d’acqua sono in grado di fornire”.</p>
<p>Sovrasfruttamento, dunque, ma soprattutto spreco: vera piaga italiana, dovuta in particolare alle pessime condizioni in cui versa la rete idrica nazionale. Secondo dati <strong>Istat</strong>, infatti, in Italia quasi la metà dell’acqua potabile viene dispersa prima di raggiungere le nostre case. Un fenomeno molto grave, diffuso particolarmente in regioni come <strong>Puglia, Sardegna e Abruzzo</strong>, in cui per ogni 100 litri di acqua erogata se ne riversano in rete, perdendoli, altri 80.</p>
<p>È proprio per questo che, nel nostro Paese, non mancano attività di sensibilizzazione sul risparmio idrico. A quest’ultimo, ad esempio, la Campagna permanente “Un anno contro lo spreco” ha dedicato l’intero 2011. L’iniziativa, promossa da <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.lastminutemarket.it/">Last Minute Market</a></span>, società “spin-off” dell’Università di Bologna nata da un’idea del preside della Facoltà di Agraria, Andrea Segrè, ha infatti lo scopo di “influire sull’opinione pubblica, contribuendo alla diffusione di una nuova cultura dell’utilizzo delle risorse”.</p>
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		<title>ITALIA &#8211; Campagna di &#8220;Italia Nostra&#8221; contro la cementificazione selvaggia</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 08:43:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21193" class="wp-caption aligncenter" style="width: 470px"><img class="size-full wp-image-21193" title="Foto da ansa.it" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/10/Italia-nostra.jpg" alt="Foto da ansa.it" width="460" height="345" /><p class="wp-caption-text">Foto da ansa.it</p></div>
<p>(Politicambiente.it, ott 2011) &#8211; Dal 17 al 23 ottobre si è svolta una grande campagna nazionale di &#8220;Italia Nostra&#8221; contro la cementificazione selvaggia del territorio della nostra Penisola. Con essa si intendono combattere l&#8217;esaurimento della terra coltivabile, i limiti raggiunti dalla bioproduttività dei campi e l&#8217;eccessivo sfruttamento del suolo. E&#8217; l&#8217;Italia più fragile, quella più a rischio, che va dal Salento in Puglia alle risaie a cavallo tra Piemonte e Lombardia, ma anche quella che Italia Nostra vuole contribuire a salvare attraverso la quarta edizione di &#8216;Paesaggi sensibili&#8217;, dedicata quest&#8217;anno ai paesaggi rurali e alle campagne, e per questo fatta in alleanza con gli agricoltori della Coldiretti.</p>
<p>Italia nostra, che per il Paese chiede &#8220;più pane e meno cemento&#8221;, ha organizzato così, per la settimana dedicata ai paesaggi agrari, visite guidate con degustazioni, escursioni, incontri, concorsi per le scuole da Nord a Sud del Paese. In luoghi di straordinaria bellezza ma in cui la vita dei territori è messa in pericolo dall&#8217;espansione delle città, dalle coltivazioni intensive, dalla trasformazione in zone edificabili.</p>
<p>La lista dei paesaggi da tutelare si apre con cinque &#8220;casi simbolo&#8221;: l&#8217;invasione del fotovoltaico e dell&#8217;eolico che occupa migliaia di ettari di terreni agricoli con pannelli e pale in Salento; il parco agricolo a sud di Milano (47.000 ettari e 61 comuni della provincia) minacciato dai tentativi di riduzione dei confini e dei vincoli edificatori (soprattutto le nuove tangenziali per 85 km); la provincia di Verona, tra Vigasio e Trevenzuolo, su un&#8217;area di oltre 4,5 milioni di metri quadrati il pericolo arriva dall&#8217;imminente realizzazione del &#8220;mostro Motorcity, il più grande centro commerciale d&#8217;Europa&#8221;; i &#8216;terrazzamenti&#8217; in Liguria, le &#8216;fasce&#8217; che hanno modellato il paesaggio e che se mantenuti in ordine sono esempi virtuosi altrimenti simbolici dell&#8217;Italia che frana; a Palermo il Fondo Luparello (61 ettari), un parco agrario della ormai scomparsa Conca d&#8217;Oro, minacciato dalla costruzione del Centro direzionale della Regione Siciliana.</p>
<p>&#8220;Non si può pensare di contrastare la crisi economica cementificando il Paese &#8211; ha detto Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra &#8211; la cultura e l&#8217;agricoltura sono le principali fonti di sviluppo per l&#8217;Italia. Insomma l&#8217;Italia ha bisogno di più pane e meno cemento&#8221;. Tra gli altri territori in pericolo sparsi per l&#8217;Italia ci sono il massiccio del Grappa in Veneto, la franciacorta bresciana, la vallata del fiume Tammaro a Campobasso in Molise, l&#8217;Agro aversano a Caserta in Campania, la Maremma costiera e quella interna, la Sardegna attaccata dalla speculazione edilizia, l&#8217;area dell&#8217;alto Jonio in Calabria, l&#8217;Agro pontino della via Appia, l&#8217;acquedotto monumentale di Lucca, le residenze estive della pianura padana e il delta del Po, gli oliveti monumentali in Puglia, le risaie tra Piemonte e Lombardia, i mandorli e limoni di Siracusa, i boschi intorno a Perugia.</p>
<p>Infine Italia Nostra intende promuovere la sensibilizzazione dei giovani attraverso il concorso nazionale &#8216;Il paesaggio raccontato dai ragazzi: narrazioni ed immagini nell&#8217;era digitale&#8221; per l&#8217;anno scolastico 2011-2012.</p>
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		<title>Greenpeace ha varato la sua nuova nave &#8220;guerriera&#8221; del mare</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 08:24:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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(Politicambiente.it, ott 2011) &#8211; Greenpeace ha varato la sua nuova nave ammiraglia &#8211; battezzata &#8220;Rainbow Warrior III&#8221; &#8211; che si potrebbe definire una &#8220;guerriera dei mari&#8221;. Uscita dai cantieri navali di Fassmer a Brema, in Germania, la nuovissima imbarcazione consentirà all&#8217;associazione ambientalista di essere in prima linea per combattere e mostrare a tutto il mondo [...]]]></description>
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<div id="attachment_21181" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-21181" title="La Rainbow Warrior III di Greenpeace (foro da ansa.it)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/10/greenpeace.jpg" alt="La Rainbow Warrior III di Greenpeace (foro da ansa.it)" width="600" height="400" /><p class="wp-caption-text">La Rainbow Warrior III di Greenpeace (foro da ansa.it)</p></div>
<p>(Politicambiente.it, ott 2011) &#8211; Greenpeace ha varato la sua nuova nave ammiraglia &#8211; battezzata &#8220;Rainbow Warrior III&#8221; &#8211; che si potrebbe definire una &#8220;guerriera dei mari&#8221;. Uscita dai cantieri navali di Fassmer a Brema, in Germania, la nuovissima imbarcazione consentirà all&#8217;associazione ambientalista di essere in prima linea per combattere e mostrare a tutto il mondo i crimini contro il Pianeta. In Italia la nave arriverà il 14 e 15 dicembre al porto di Genova (nel corso di un tour europeo per ringraziare tutti coloro che hanno fatto donazioni per rendere possibile la sua costruzione). A Genova sarà possibile visitarla e conoscere meglio le sue caratteristiche e il suo equipaggio.</p>
<p>La sua prima rotta sarà verso l&#8217;Amazzonia per appoggiare le campagne dell&#8217;orhanizzazione ambientalista. All&#8217;interno della nave vi sono le più moderne tecnologie per la comunicazione. Realizzata una piattaforma per gli elicotteri, a poppa. Due le scialuppe di salvataggio. Per tenere al minimo il consumo di carburanti, e farne un mezzo di trasporto sostenibile, la nave è dotata di un modernissimo e partikcolare sistema di alberatura, capace di sorreggere 1.260 metri quadrati di vele. &#8220;La nuova Rainbow &#8211; ha commentato Kumi Naidoo, direttore esecutivo di Greenpeace International &#8211; è la nave perfetta per andare incontro alla &#8216;tempesta perfetta&#8217; delle sfide e delle minacce ambientali, finanziarie e di democrazia&#8221;. Le storiche imprese di Greenpeace si devono proprio a queste navi come la lotta per salvare le balene, impedire lo sversamento in mare di rifiuti tossici e radioattivi e il trasporto di legname illegale.</p></div>
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		<title>ITALIA &#8211; Sono tutte al Nord (tranne Siena) le 20 città con i migliori servizi</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 07:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21172" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-large wp-image-21172" title="Bolzano (foto dal web)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/10/bolzano-600x449.jpg" alt="Bolzano (foto dal web)" width="600" height="449" /><p class="wp-caption-text">Bolzano (foto dal web)</p></div>
<p>(Politicambiente.it, ott 2011) &#8211; Sono Bolzano e Trento &#8211; rispettivamente con il 76,5 e il 71,3% di gradimento dei residenti &#8211; le città italiane con la qualità dei servizi pubblici maggiormente apprezzati. Al terzo posto Belluno (65,8%), seguita da Reggio Emilia (64,8%) e Verbania (62,4%). In generale, con l’eccezione di Siena (al decimo posto, 59,6%) le prime 20 posizioni della classifica sono tutte occupate da città del Nord Italia. Questa speciale classifica dei servizi più apprezzati dai cittadini è stata stilata, dopo una rilevazione ad hoc, da “Monitorcittà” che ha fotografato i primi 6 mesi del 2011. La classifica dell&#8217;apprezzamento dei servizi, hanno reso noto i ricercatori di Monitorcittà, è stata ottenuta utilizzando un indice medio corrispondente al livello di soddisfazione espresso dai cittadini intervistati. E ha riguardato 23 servizi: anagrafe/stato civile, tributi, Urp, servizi scolastici, politiche per le imprese, servizi sociali, sicurezza, polizia municipale, raccolta rifiuti, pulizia delle strade, manutenzione stradale, illuminazione stradale, verde/parchi pubblici, edilizia/urbanistica, turismo, cultura/spettacolo, sport, viabilità/traffico, parcheggi, trasporto pubblico, gas, acqua, elettricità.</p>
<p><strong>I SINDACI MAGGIORMENTE APPREZZATI</strong> &#8211; E&#8217; Piero Fassino il sindaco più apprezzato dai propri concittadini: ha così sopravanzato il collega di Verona Flavio Tosi e il primo amministratore di Firenze Matteo Renzi. A stilare questa speciale graduatoria dei sindaci più amati dai cittadini, nel primo semestre 2011, è stato il 15/mo rilevamento di Monitorcittà-Datamonitor, che evidenzia anche una forte risalita del primo cittadino di Roma Gianni Alemanno.</p>
<p>Tra le curiosità sottolineate dagli autori della ricerca &#8211; che prende in considerazione i sindaci dei capoluoghi di provincia che hanno superato la soglia del 55% di gradimento del loro operato &#8211; la totale assenza nelle graduatorie di sindaci donna. Il neosindaco di Torino Piero Fassino (Pd) guadagna quindi il gradino più alto del podio con il 68,5%; al secondo posto Flavio Tosi (Lega Nord), primo cittadino di Verona, con il 67,6% (-0,5%), seguito da Matteo Renzi (Firenze, Pd) con il 65,9% (-1,7%).</p>
<p>Appena fuori dal podio, Vincenzo de Luca (Pd), sindaco di Salerno, che con un +3,9% sale al quarto posto con il 65,5%. Buon esordio di Luigi De Magistris (Napoli, Idv), che conquista il quinto posto con il 65% di consensi. In questa edizione sono 48 su 110 comuni capoluogo i sindaci che entrano nella &#8216;top 55%&#8217;, tra cui 7 new entry rispetto allo scorso semestre: Piero Fassino (Torino), Luigi De Magistris (Napoli), Giuseppe Casti (Carbonia), Massimo Zedda (Cagliari), Claudio Pedrotti (Pordenone), Roberto Cosolini (Trieste) e Demetrio Arena (Reggio Calabria), tutti provenienti dall&#8217;ultima tornata elettorale. I 48 sindaci presenti in classifica sono: 31 di centrosinistra e 17 di centrodestra; 19 del nord, 12 del centro e 17 del sud.</p>
<p>Otto dei primi 10 sindaci nella “top 55%” sono del Pd gli altri 2 sono Tosi (Verona, Lega Nord) e Michele Traversa (Catanzaro, Pdl). Gianni Alemanno, primo cittadino di Roma, occupa il 24/mo posto con il 58,2%, facendo registrare la crescita di consensi più cospicua (+4,9%) di questa edizione. Alemanno è appaiato a Michele Emiliano, sindaco di Bari, che però fa registrare un calo del 2,2%. Decimo, invece il neopresidente dell&#8217;Anci Graziano Delrio (Reggio Emilia) con il 61,3%.</p>
<p>Altra graduatoria messa a punto dai Monitorcittà (anche questa relativa al primo semestre 2011) è quella dei sindaci delle aree metropolitane, che vede al primo posto ancora il neosindaco di Torino Piero Fassino (68,5% di consensi), seguito dal primo cittadino di Firenze Matteo Renzi (65,9%, -1,7%), seguito da Luigi De Magistris.</p>
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		<title>LAST MINUTE MARKET: &#8220;Dimezziamo lo spreco di acqua e di cibo in Italia&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Oct 2011 19:26:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(Politicambiente.it, ott 2011 ) – L’organizzazione “Last Minute Market” (LMM),  che da anni lotta in Italia contro lo spreco del cibo, ha annunciato di voler affrontare un’altra sfida epocale: dimezzare  entro il 2025 nel nostro Paese lo spreco dell’acqua, che per il 70% viene consumata a fini agricoli. La LMM, creata dal professore di agraria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21157" class="wp-caption aligncenter" style="width: 582px"><img class="size-full wp-image-21157" title="Margherita Hack è tra i testimonial della campagna contro lo spreco dell'acqua in Italia (foto dal web)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/10/Margherita_Hack.png" alt="Margherita Hack è tra i testimonial della campagna contro lo spreco dell'acqua in Italia (foto dal web)" width="572" height="684" /><p class="wp-caption-text">Margherita Hack è tra i testimonial della campagna contro lo spreco dell&#39;acqua in Italia (foto dal web)</p></div>
<p>(Politicambiente.it, ott 2011 ) – L’organizzazione “Last Minute Market” (LMM),  che da anni lotta in Italia contro lo spreco del cibo, ha annunciato di voler affrontare un’altra sfida epocale: dimezzare  entro il 2025 nel nostro Paese lo spreco dell’acqua, che per il 70% viene consumata a fini agricoli. La LMM, creata dal professore di agraria Andrea Segré, ha presentato tra il 15 e il 25 ottobre (in parte a Bologna e in parte a Bruxelles) uno studio dal titolo “Libro Blu dello spreco dell’acqua in Italia”. Testimonial d&#8217;eccezione sono stati, fra gli altri, <strong>don Luigi Ciotti, Carmen Consoli, Milena Gabanelli, Margherita Hack, Serge Latouche, Jan Lundqvist, Luca Mercalli, Lorenzo Monaco, Piergiorgio Odifreddi, Diego Parassole, Carlo Petrini, Franco Prodi, Emilio Rigatti, Patrizio Roversi, Valerio Rossi Albertini, Valentin Thurn, Mario Tozzi, Dario Vergassola, Piero Angela. </strong></p>
<p>Secondo i promotori, ridurre del <strong>50 %</strong> lo spreco dell’acqua entro il 2025 non è un’utopia. Nel lanciare questa sfida “<strong><em>Last Minute Market”, </em></strong>nata a Bologna con lo scopo di recuperare i cibi invenduti dai negozi, centra due obiettivi: sbarca per il secondo anno consecutivo a <strong>Bruxelles</strong> e conquista tra i suoi testimonial numerosi <strong>vip dello spettacolo e della cultura</strong> per sensibilizzare gli italiani sull’uso corretto delle risorse idriche e alimentari. Come era avvenuto lo scorso anno con il tema del cibo, il <strong>15 e il 25 ottobre</strong> scorsi  a Bologna e poi a Bruxelles si sono tenute alcune iniziative sull’“<strong>oro blu</strong>”, che sono culminate in una dichiarazione collettiva (Magna Charta) contro lo spreco dell’acqua. Nel 2010 si fece lo stesso con il cibo: studiosi da tutto il mondo e parlamentari europei redassero un documento che si impegnava sia a dichiarare ufficialmente il <strong>2013 Anno europeo contro lo spreco</strong>, sia soprattutto a dimezzare in 15 anni lo spreco alimentare.</p>
<p>Prima della ratifica della <strong>Magna Charta antispreco dell’acqua</strong> – avvenuta il 25 ottobre nella città sede degli organismi della UE &#8211;  il 15 ottobre a Bologna, patria del <em>last minute,</em> era stato presentato il “Libro Blu dello spreco dell’acqua in Italia”, con dati importanti legati allo spreco e alla “impronta idrica” che determiniamo ogni anno. Poi si è tenuto un <strong>pranzo in piazza</strong> per sensibilizzare l’opinione pubblica italiana sullo scandalo degli sprechi alimentari. Nel <strong>menù</strong> c&#8217;erano  prodotti invenduti della filiera agro-alimentare, ma <strong>poca carne</strong> proprio per sprecare meno acqua possibile. Per produrre una bistecca di 300 grammi di manzo, infatti, occorrono 4.650 litri d’acqua, per 1 chilo di soia 2.300 litri, per 1 chilo di patate invece solo 160 litri. Ad animare la giornata nel capoluogo emiliano ci sarà Massimo Cirri ideatore e conduttore della trasmissione di Radio 2, <strong><em>Caterpillar</em></strong>, un testimonial storico del progetto <strong>Un anno contro lo spreco</strong>.</p>
<p>La società <em>last minute market</em>, che recentemente è stata anche seguita con una trasmissione televisiva della <strong>Bbc</strong>, è riuscita anche a quantificare quanto cibo si spreca in Italia e in molti altri Paesi d’Europa. Nel nostro Paese “solo nella filiera agricola si buttano <strong>20 milioni di tonnellate di cibi l’anno</strong>, sufficienti per una popolazione come quella dell’intera Spagna, per un valore di circa 12 miliardi di euro”. Quanto all’acqua, spiega Andrea Segrè, “è una risorsa limitata. Il 70% viene usata in agricoltura dove ogni anno restano sui campi 14 milioni di tonnellate di sola frutta con uno spreco di acqua di 12 miliardi di metri cubi”. Ma anche in <strong>Gran Bretagna</strong> ogni anno 18 milioni di tonnellate di cibo prendono la via della discarica, per un valore di 14 miliardi di sterline. Le nordiche e virtuose Svezia e Danimarca non fanno molto meglio. Dalle parti di Stoccolma si spreca il 25 % di cibo, mentre i Danesi spendono l’equivalente di 2 miliardi di euro in alimenti che poi non mangiano.</p>
<p>Quelli del <strong>mercato dell’ultimo minuto </strong>sono prodotti arrivati quasi alla data di scadenza, prodotti con gli imballaggi rovinati, frutta e verdura un po’ ammaccate o magari non belle e luccicanti. In Italia il cibo “salvato” viene utilizzato soprattutto dalle strutture caritative, ma anche <strong>negli ospedali</strong>, senza nessun rischio per la salute. Spesso infatti, soprattutto nel caso della frutta, i pezzi più brutti esteticamente, non sono meno sani e genuini, anzi.</p>
<p>Il <em>last minute market</em>, questa società costola dell’Università di Bologna, dal 1998 a oggi ha raggiunto <strong>risultati “industriali”</strong> nel recupero dei cibi invenduti che diversamente finirebbero nei cassonetti dell’immondizia. Solo per citare l’esempio delle province di Bologna e Ravenna, la raccolta di alimentari (ma anche di medicinali e di libri) ha fruttato <strong>814 mila euro </strong>l’anno, fra il 2008 e il 2010.</p>
<p><strong>IN GRAN BRETAGNA NUOVE REGOLE SULLE SCADENZE DEI CIBI PER EVITARE SPRECHI </strong>– Ecco qui di seguito un reportage di Enrico Franceschini, su Repubblica.it:</p>
<p> <em>La data è scaduta, ma la scatoletta di cibo è ancora in frigo: che fare? Mangiarlo lo stesso, magari dopo avergli dato una annusatina, oppure gettarlo nella spazzatura? Questo dilemma, comune a milioni di famiglie nell&#8217;Occidente del consumismo, non si porrà più nel Regno Unito, dove il governo ha deciso di abolire l&#8217;avvertenza ‘sell by’ (vendere entro &#8211; seguita da una data) che appare attualmente sulle confezioni di tutti i tipi di prodotti alimentari.</em><em></em></p>
<p><em>Il motivo è evitare o perlomeno limitare uno spreco colossale: gli esperti calcolano che 5 milioni di tonnellate di roba da mangiare, la cui data di vendita è scaduta ma che in realtà è ancora perfettamente commestibile, vengono buttate via ogni anno, per un valore di 12 miliardi di sterline (circa 14 miliardi di euro), soltanto in Gran Bretagna.</em></p>
<p><em>Lo sperpero così generato ha conseguenze sul budget delle famiglie, che spendono una media di 700 sterline l&#8217;anno (850 euro) per cibo che non viene utilizzato, e in senso più ampio sul bilancio della società: gli alimentari buttati via aumentano le dimensioni dei rifiuti da trasportare agli appositi depositi dell&#8217;immondizia ed eventualmente da eliminare, operazioni che costano denaro e causano inquinamento.</em></p>
<p><em>E disfarsi di prodotti ancora buoni, in un mondo incapace di sfamare tutta la sua popolazione, è un controsenso che mette sotto accusa l&#8217;intera catena alimentare. Del problema si parla da tempo, del resto, non solo a tutta Europa e negli Stati Uniti: le iniziative per ridurre gli sprechi di cibo, facendo più attenzione su come, quanto e dove acquistarlo, si moltiplicano ovunque, Italia compresa.</em></p>
<p><em>&#8220;Vogliamo mettere fine alla confusione cui si trova davanti il consumatore, quando fa la spesa al supermercato o nei negozi&#8221;, ha affermato il ministro dell&#8217;Ambiente britannico Caroline Spelman, commentando il provvedimento. In Inghilterra l&#8217;incertezza è aumentata dal fatto che molti prodotti hanno due o più date: una riguarda la scadenza del periodo in cui la merce può essere esposta e venduta, una indica entro quale data andrebbe consumata (&#8221;use by&#8221;) e un&#8217;altra ancora entro quale data il prodotto sarebbe nelle condizioni migliori, ottimali (&#8221;best by&#8221;).</em></p>
<p><em>D&#8217;ora in avanti l&#8217;etichetta avrà solo la dicitura &#8220;best by&#8221; per gli alimentari in scatola o sottovetro, per gli snacks, le marmellate, i biscotti e altri prodotti simili, informando dunque che entro una certa data il prodotto è al suo meglio, ma che si può mangiare anche dopo la scadenza; mentre avrà solo la dicitura &#8220;use by&#8221; (da consumare entro) per i cibi che è effettivamente nocivo mangiare dopo una certa data, come i formaggi soffici, la carne fresca, il pesce, le uova.</em></p>
<p><em>La nuova misura è stata varata dal Department for Food, Environment and Rural Affairs dopo consultazioni con produttori, catene di distribuzione e associazioni di consumatori. Vari attivisti contro gli sprechi si battevano da anni per cambiare il sistema di datazione delle scadenze, che fu introdotto nel 1980.</em></p>
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		<title>CLIMA &#8211; Negli USA credenze fideistiche e tabù si oppongono alle conquiste della scienza</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Oct 2011 06:04:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
				<category><![CDATA[AMBIENTE & CLIMA]]></category>
		<category><![CDATA[anidride carbonica]]></category>
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		<description><![CDATA[(Politicambiente.it, ott 2011) &#8211; Parlare di surriscaldamento climatico della Terra potrebbe diventare tabù nelle scuole americane. Negli Usa, infatti, le credenze fideistiche, le superstizioni, le pulsioni irrazionali e le paure delle masse iperconsumiste &#8211; dopo aver di fatto inceppato i meccanismi decisionali del sistema democratico – rischiano ora di mettere in crisi addirittura la formazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21149" class="wp-caption aligncenter" style="width: 597px"><img class="size-full wp-image-21149" title="Immagine dal web" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/10/Strega.jpg" alt="Immagine dal web" width="587" height="587" /><p class="wp-caption-text">Immagine dal web</p></div>
<p>(Politicambiente.it, ott 2011) &#8211; Parlare di surriscaldamento climatico della Terra potrebbe diventare tabù nelle scuole americane. Negli Usa, infatti, le credenze fideistiche, le superstizioni, le pulsioni irrazionali e le paure delle masse iperconsumiste &#8211; dopo aver di fatto inceppato i meccanismi decisionali del sistema democratico – rischiano ora di mettere in crisi addirittura la formazione del pensiero scientifico in alcuni settori. Non a caso a lanciare un allarme è stata l’autorevole rivista “Science”, secondo cui la contrapposizione di idee esistente  in USA sulle evoluzioni climatiche (“il pericolo è autentico oppure è solo un’invenzione di alcuni scienziati?”)  potrebbe prendere ora il posto della “battaglia” in corso da decenni sulle teorie evoluzionistiche di Darwin. In un Paese dove ormai, a livello di massa, il confine fra scienza e credenze fideistiche è più labile che mai, in un clima &#8220;culturale&#8221; che si avvicina pericolosamente a quello della &#8220;caccia alle streghe&#8221;.</p>
<p>L’autorevole magazine scientifico rende noto il caso del dipartimento di scienze del liceo <strong>Los Alamitos</strong>, nel sud della California, che ha recentemente proposto un corso in scienze ambientali. “Un’ottima idea” secondo il consiglio scolastico. Ma quando si sono accorti che il programma di studio comprendeva un modulo sul riscaldamento climatico, allora sono cominciate le perplessità, in quanto l’argomento “si presta a delle controversie”. “È una situazione difficile, noi cerchiamo solo di presentare i fatti scientifici”, ha dichiarato <strong>Kathryn Currie</strong>, responsabile del dipartimento.</p>
<p>Secondo <em>Science</em> non si tratta di un caso isolato: “In tutti gli Stati Uniti gli insegnanti di scienze denunciano la frequenza di attacchi simili”, ha scritto la rivista. “Dobbiamo constatare che il clima sta diventando un oggetto di controversia tanto quanto la teoria dell’evoluzione, visto che sempre più cosiddetti ‘professori di sinistra’ vengono accusati di imporre le loro teorie a dei ragazzi altamente influenzabili”. La conferma arriva da <strong>Roberta Johnson</strong>, direttrice del <strong>National Earth Science Teachers Association</strong>, secondo cui “l’evoluzione è ancora in testa alle critiche di chi crede nella creazione divina, ma il cambiamento climatico rischia di superarla”.</p>
<p>D’altronde la scuola americana non è nuova a questo tipo di diatriba. La vera e propria battaglia tra evoluzionisti e creazionisti &#8211; ovvero tra i sostenitori della teoria  di <strong>Darwin</strong> e chi crede invece nella creazione divina &#8211; va avanti da decenni ed influenza in modo evidente quello che nelle scuole viene insegnato ai giovani americani. I creazionisti, in particolare, non solo contestano la teoria di Darwin, ma chiedono, anche con azioni giudiziarie, uguale o superiore legittimità per la tesi creazionista durante le lezioni di Scienze nelle scuole. Sostenendo che non è corretto presentare un’unica teoria sull’origine delle specie senza esporre anche le sue alternative. Una posizione più estremista persino di quella della Chiesa cattolica, che preferisce non esprime una posizione ufficiale riguardo alla teoria dell’evoluzione.</p>
<p>Un dibattito che negli States non poteva non spostersi sul piano politico, visti i frequenti sussulti puritani che scuotono il Paese, soprattutto in tempi di crisi. Non va dimenticato che <strong>Sarah Palin</strong>, leader dell’estrema destra populista, oltre al sì deciso alla pena di morte, al no alle coppie omosessuali e al rifiuto dell’aborto, fa delle teorie creazioniste uno dei propri punti forti. “L’evoluzione non deve essere considerata come un principio già definito”, sostiene la Palin, che si dice più che mai convinta del “ruolo di Dio nella creazione della Terra”.</p>
<p>Insomma, da Darwin al clima, la scienza negli stati Uniti sembra più incerta che altrove. Ma a differenza dei professori di biologia, quelli dell’ambiente non sono protetti dal primo emendamento della Costituzione americana che “garantisce la terzietà della legge rispetto al culto e il suo libero esercizio”. Si perché i professori “di sinistra” rischiano di essere trascinati in tribunale, visti gli scandali minacciati da qualche genitore particolarmente credente. Soprattutto nello Stato della <strong>Louisiana</strong>, dove una legge del 2008 definisce il cambiamento climatico e l’evoluzione come delle questioni “ad alto rischio di controversia” e quindi sulle quali va prestata particolare attenzione.</p>
<p>Nel 2009 l’<strong>Heartland Institute </strong>(un think tank di Chicago), ha ricevuto un cospicuo finanziamento da parte di <strong>Exxon Mobil </strong>per spedire ai presidi dei 14mila consigli scolastici dello Stato una brochure intitolata <strong>The Skeptic’s Handbook</strong>, dove si sostiene che i professori (compresi quelli “di sinistra) “dovrebbero imparare che c’è ancora molto da imparare” sul cambiamento climatico. Insomma, a scottarsi con il riscaldamento climatico negli Stati Uniti, rischiano di essere soprattutto gli insegnanti (anche quelli non di sinistra).</p>
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		<title>ITALIA &#8211; L&#8217;acqua del rubinetto è buona e sana dappertutto (con cinque o sei eccezioni)</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 10:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
				<category><![CDATA[Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[acqua del rubinetto]]></category>
		<category><![CDATA[acqua dell'acquedotto]]></category>
		<category><![CDATA[acqua potabile]]></category>
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		<category><![CDATA[Geochimica Ambientale Università di Napoli Federico II]]></category>
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		<description><![CDATA[(Politicambiente.it, ott 2011) – Nella gran maggioranza delle città italiane l’acqua del rubinetto è buona dal punto di vista sanitario. Questo il risultato di uno studio coordinato fatto da alcune università italiane nell’ambito del progetto europeo “Eurogeosurvey geochemistry expert group” e pubblicato dal settimanale Il Salvagente . Dalla ricerca emerge che in Italia l’acqua potabile è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21131" class="wp-caption aligncenter" style="width: 594px"><img class="size-full wp-image-21131" title="Foto dal web" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/10/acqua-del-rubinetto.jpg" alt="Foto dal web" width="584" height="438" /><p class="wp-caption-text">Foto dal web</p></div>
<p>(Politicambiente.it, ott 2011) – Nella gran maggioranza delle città italiane l’acqua del rubinetto è buona dal punto di vista sanitario. Questo il risultato di uno studio coordinato fatto da alcune università italiane nell’ambito del progetto europeo “Eurogeosurvey geochemistry expert group” e pubblicato dal settimanale<a href="http://www.ilsalvagente.it/" target="_blank"><em> Il Salvagente</em></a> . Dalla ricerca emerge che in Italia l’acqua potabile è molto diversa da zona a zona (oligominerale, lievemente ferrosa, poverissima di sodio, molto mineralizzata, ecc.) sia dal punto di vista organolettico, cioè per odore e sapore, sia dal punto di vista chimico-fisico. Fortunatamente, però, quasi ovunque la sua qualità è buona dal punto di vista sanitario.</p>
<p>I ricercatori italiani hanno analizzato 157 campioni raccolti in casa o alle fontanelle di oltre un centinaio di località al Nord, al Centro e al Sud della Penisola. A partire da questi dati <em><a href="http://www.ilsalvagente.it/" target="_blank"><strong>Il Salvagente</strong></a></em>, in edicola da giovedì 6 ottobre, ha valutato l&#8217;acqua di 112 Comuni. Solo in pochi casi l&#8217;acqua analizzata non è risultata potabile. A Olbia, Marsala e Piacenza, per esempio, è stata riscontrata un&#8217;eccessiva concentrazione di nitrati. E sostanze indesiderate sono state trovate anche a Viterbo, Mantova, Siracusa, Quarrata, in provincia di Pistoia, e Caronia, nel messinese.</p>
<p>A parte un limitato numero di città che rappresentano un&#8217;eccezione, però, il quadro che emerge è più che soddisfacente. E una volta tanto sembra che anche i consumatori se ne rendano conto. Complice la crisi, infatti, nel 2010, per la prima volta nell&#8217;ultimo decennio, i dati di vendita dell&#8217;acqua in bottiglia fanno registrare un calo lieve ma significativo, pari a 1,5%. &#8220;La nostra ricerca – ha spiegato al <em>Salvagente</em> il professor Benedetto De Vivo, docente di Geochimica Ambientale all&#8217;Università di Napoli Federico II, a capo del gruppo di lavoro italiano &#8211; non pretende di essere esaustiva, dal momento che si concentra sulle caratteristiche geochimiche dell&#8217;acqua tralasciando i parametri microbiologici e quelli relativi ai sottoprodotti della disinfezione. Ma ha il pregio di concentrarsi direttamente sul liquido che beviamo permettendoci di affermare che la qualità dell&#8217;acqua in Italia è buona&#8221;. Ed ha aggiunto: &#8220;Anche se le poche situazioni anomale riscontrate necessitano di ulteriori approfondimenti&#8221;.</p>
<p>Il problema più diffuso è quello legato alla eccessiva presenza di nitrati ed è legato all&#8217;inquinamento delle falde a causa di pesticidi e rifiuti industriali o urbani. In una città su 4 la concentrazione di questi composti è tale da rendere l&#8217;acqua del rubinetto non potabile per i neonati. Bisogna ricordare, infatti, che per i più piccoli il valore-guida relativo alla presenza di nitrati è 10 milligrammi per litro, mentre per gli adulti è di 50 mg/l. L&#8217;eccessivo consumo di questa sostanza può causare la metaemoglobina, una malattia che riduce la capacità di trasporto di ossigeno nel sangue. </p>
<p><strong>Ecco qui di seguito le 10 città con la più alta concentrazione di nitrati</strong> in base alla ricerca interuniversitaria pubblicata dalla rivista &#8220;Il Salvagente&#8221; (espressa in milligrammi per litro)</p>
<table border="1" cellspacing="1" cellpadding="0" width="200">
<tbody>
<tr>
<td><strong>CITTA&#8217;</strong></td>
<td><strong>NITRATI</strong></td>
</tr>
<tr>
<td>Marsala (Tp)</td>
<td>228 mg/l</td>
</tr>
<tr>
<td>Olbia</td>
<td>64,4 mg/l</td>
</tr>
<tr>
<td>Piacenza</td>
<td>53,2 mg/l</td>
</tr>
<tr>
<td>Benevento</td>
<td>36,6 mg/l</td>
</tr>
<tr>
<td>Milano</td>
<td>36,3 mg/l</td>
</tr>
<tr>
<td>Modena</td>
<td>28,6 mg/l</td>
</tr>
<tr>
<td>Siracusa</td>
<td>26,1 mg/l</td>
</tr>
<tr>
<td>Oristano</td>
<td>24,1 mg/l</td>
</tr>
<tr>
<td>Venezia</td>
<td>22,8 mg/l</td>
</tr>
<tr>
<td>Treviso</td>
<td>22,3 mg/l</td>
</tr>
</tbody>
</table>
]]></content:encoded>
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		<title>CLIMA &#8211; Aumenta la desertificazione dei suoli, colpendo anche l&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 10:30:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
				<category><![CDATA[AMBIENTE & CLIMA]]></category>
		<category><![CDATA[Agroalimentare]]></category>
		<category><![CDATA[Andris Piebalgs]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[Convenzione dell'Onu contro la desertificazione]]></category>
		<category><![CDATA[degrado del suolo]]></category>
		<category><![CDATA[economics of land degradation]]></category>
		<category><![CDATA[Eld]]></category>
		<category><![CDATA[Janez Potocnik]]></category>
		<category><![CDATA[sfruttamento eccessivo dei terreni]]></category>
		<category><![CDATA[Unccd]]></category>

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(Politicambiente.it, ott 2011) &#8211; La desertificazione dei terreni coltivabili è un fenomeno globale, che andrà aumentando con il previsto innalzamento della temperatura media del Pianeta e che, intanto, non sta risparmiando neppure l&#8217;Europa dove ne sono colpiti almeno 11 stati membri, oltre all&#8217;Italia. I Paesi che soffrono dello stesso fenomeno negativo sono: Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Lettonia, Romania, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="content-corpo">
<div id="attachment_21118" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-21118" title="Desertificazione in Europa (foto da ansa.it)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/10/desertificazione.jpg" alt="Desertificazione in Europa (foto da ansa.it)" width="600" height="405" /><p class="wp-caption-text">Desertificazione in Europa (foto da ansa.it)</p></div>
<p>(Politicambiente.it, ott 2011) &#8211; La desertificazione dei terreni coltivabili è un fenomeno globale, che andrà aumentando con il previsto innalzamento della temperatura media del Pianeta e che, intanto, non sta risparmiando neppure l&#8217;Europa dove ne sono colpiti almeno 11 stati membri, oltre all&#8217;Italia. I Paesi che soffrono dello stesso fenomeno negativo sono: Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Lettonia, Romania, Spagna, Grecia, Portogallo, Malta, Cipro e Slovenia. Le principali cause sono il degrado del suolo, lo sfruttamento eccessivo dei terreni, i cambiamenti climatici che stravolgono i tradizionali cicli delle precipitazioni piovose.</p>
<p>Il punto sulla situazione al riguardo è stato fatto durante una recente riunione interministeriale presso l&#8217;Onu, dove è stato lanciato l&#8217;allarme per un&#8217;azione forte in favore delle zone più aride del Pianeta. &#8220;Nella stessa UE &#8211; ha spiegato il commissario europeo allo Sviluppo, Andris Piebalgs &#8211; ben dodici Stati membri si sono dichiarati &#8216;paesi colpiti&#8217; con aree consistenti già soggette alla desertificazione. Con i cambiamenti climatici previsti nei prossimi decenni c&#8217;é il serio pericolo che questo diventi un fenomeno molto più diffuso&#8221;.</p>
<p>Per molti paesi della Ue il problema è che sta cambiando il regime delle precipitazioni e di conseguenza la disponibilità di acqua, per cui i terreni letteralmente &#8220;si prosciugano&#8221;. A motivo di ciò Bruxelles è scesa in campo per combattere il fenomeno al fianco del governo tedesco e della Convenzione dell&#8217;Onu contro la desertificazione (Unccd), lanciando un nuovo strumento di lotta denominato &#8216;Economics of land degradation&#8217; (Eld) che si prefigge di valutare sia i costi della prevenzione sia il costo della rinuncia a certi terreni produttivi. &#8221;Tendiamo a considerare i suoli &#8211; ha detto il commissario UE all&#8217;Ambiente, Janez Potocnik &#8211; come un bene garantito in perpetuo. Ma il suolo è una risorsa &#8216;non rinnovabile&#8217; che potrebbe finire o diventare troppo povera se non ce ne prendiamo cura. Siamo tutti colpiti dal degrado delle terre, in maniera diretta o indiretta, ma avere un&#8217;idea dei suoi costi attuali è un&#8217;ottima iniziativa&#8221;. L&#8217;UE vede quindi l&#8217;Eld come un mezzo per sviluppare una comprensione più chiara dei costi della desertificazione.</p>
<p>Questo studio globale dovrebbe far emergere la questione e aiutare i politici ad assumere le strategie adeguate, e il settore privato a definire incentivi per investimenti nella gestione sostenibile delle terre. L&#8217; Eld sarà uno dei temi al centro della prossima conferenza degli Stati membri della &#8220;Convenzione Onu per la lotta contro la desertificazione&#8221; (Unccd), che si terrà a Changwon, Corea del Sud, dal 10 al 21 ottobre prossimi.</p></div>
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		<title>EUROPA &#8211; Il settembre 2011 è stato il più caldo degli ultimi centocinquant&#8217;anni</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Oct 2011 06:06:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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(Politicambiente.it, set 2011) &#8211; L&#8217;afa persistente di questi primi giorni d&#8217;autunno ha fatto registrare un record storico in Italia, specialmente al Nord dove il settembre 2011 verrà ricordato come il più caldo degli ultimi 150 anni. Ma il forte caldo non risparmia neppure il Nord Europa, dove le temperature hanno raggiunto i 27 gradi a Londra e [...]]]></description>
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<div id="attachment_21105" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-21105" title="Settembre 2011 nel parco di S.James a Londra (foto da ansa.it)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/10/settembre-2011-nel-parco-di-S.James-a-Londra-foto-da-ansa.it.jpg" alt="Settembre 2011 nel parco di S.James a Londra (foto da ansa.it)" width="600" height="314" /><p class="wp-caption-text">Settembre 2011 nel parco di S.James a Londra (foto da ansa.it)</p></div>
<p>(Politicambiente.it, set 2011) &#8211; L&#8217;afa persistente di questi primi giorni d&#8217;autunno ha fatto registrare un record storico in Italia, specialmente al Nord dove il settembre 2011 verrà ricordato come il più caldo degli ultimi 150 anni. Ma il forte caldo non risparmia neppure il Nord Europa, dove le temperature hanno raggiunto i 27 gradi a Londra e Parigi e i 25 a Berlino. E in Gran Bretagna cittadini e turisti stanno approfittando delle alte temperatute per godersi il sole sulle spiagge della Manica: a decine di migliaia si sono riversati in località della costa come Brighton, Eastbourne, Bournemouth e Torquay. A causare le temperature record di questo settembre è la persistenza, sia in Italia sia in Europa, dell&#8217;anticiclone subtropicale la cui presenza si è prolungata in modo anomalo, e che durerà fino ai primi di Ottobre, quando arriverà aria fredda dal Nord Europa.</p>
<p>&#8221;L&#8217;afflusso di aria fredda &#8211; spiegano alla Società Meteorologica Italiana &#8211; porterà le temperature in linea con la media&#8221;. &#8221;In generale &#8211; aggiungono i meteorologi- si può affermare che quello del 2011 è stato il settembre più caldo da quando sono cominciate le misure meteorologiche. Considerando che la maggior parte degli osservatori storici risale a 150 anni fa&#8221;.</p>
<p>Le temperature degli ultimi giorni del mese sono state in linea con questa anomalia: 30 gradi a Roma, 29 a Firenze e Genova, 28 a Torino, Verona e Trieste, 27 a Milano. Anche in Trentino questo settembre 2011 è stato caratterizzato da temperature decisamente superiori alla media con massime spesso vicine o superiori ai 30 gradi. In aumento anche le temperature giornaliere medie: secondo un recente studio dei ricercatori dell&#8217; Istituto di Scienze dell&#8217; atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr) di Bologna e dell&#8217; Universita&#8217; degli studi di Milano, pubblicato su &#8216;Geophysical Research Letters&#8217;, negli ultimi 50 anni hanno registrato un rialzo medio di circa 1,5 gradi.</p></div>
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		<title>CLIMA &#8211; Università della California: le foreste sempre più importanti per assorbire CO2</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 05:57:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21096" class="wp-caption aligncenter" style="width: 606px"><img class="size-full wp-image-21096" title="Foto dal web" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/09/Foresta.jpg" alt="Foto dal web" width="596" height="505" /><p class="wp-caption-text">Foto dal web</p></div>
<p>(Politicambiente,it, set 2011) &#8211; Le foreste del Pianeta sono sempre piu&#8217; importanti per la lotta al riscaldamento globale, come ha dimostrato una ricerca internazionale coordinata dall&#8217;Università della California, a San Diego,  in fatto di assorbimento dei gas serra. Secondo i nuovi dati messi a punto, il ciclo di assorbimento dell&#8217; anidride carbonica (Co2), uno dei maggiori gas a effetto serra, potrebbe essere più rapido del previsto: infatti con il nuovo studio è stato stimato che è di circa 150/175 miliardi di tonnellate di carbonio all&#8217;anno la quantità assorbita da tutte le piante delle foreste del pianeta, rispetto alle vecchie stime che calcolavano invece 120 miliardi di tonnellate di carbonio per anno.</p>
<p>&#8221;Il dato ci permette di dire che il ruolo delle foreste è ancora più importante di quello riconosciuto oggi, perchè i nuovi risultati, che poi andranno valutati nel dettaglio, dimostrano che la capacità di assorbimento delle terre è ancora più alto&#8221;, ha spiegato Riccardo Valentini membro del Centro EuroMediterraneo per i cambiamenti climatici (Cmcc). Valentini è tra i coordinatori della rete Fluxnet che misura la Co2 catturata delle foreste e dalle terre (coltivate e non) attraverso 500 stazioni sparse in tutto il mondo i cui rilevamenti confluiscono all&#8217; Universita&#8217; della Tuscia, in provincia di Viterbo. &#8221;Un po&#8217; come per i neutrini, che hanno rivoluzionato la teoria della velocità della luce, costringendo i fisici a una revisione, questi nuovi dati sul calcolo dell&#8217;assorbimento della Co2 &#8211; ha detto Valentini &#8211; rappresentano un grande stimolo. Anche noi cominceremo a rivedere i nostri dati sulla base delle nuove informazioni&#8221;.</p>
<p>&#8216;Da anni &#8211; ha riferito lo scienziato italiano &#8211; si sta cercando di stendere il bilancio dell&#8217;assorbimento da parte degli oceani e delle foreste. Ora sembrerebbe che le terre assorbano di più di quello che è stato stimato nel passato e quindi la velocità di aumento della Co2 dovrebbe essere più moderata di quanto non si sapesse finora&#8221;. Ma, mette in guardia lo studioso, &#8221;più fotosintesi da parte delle piante e più capacità di assorbimento non deve significare che si è autorizzati a &#8217;sporcare&#8217; di più l&#8217;atmosfera&#8221;. Secondo Valentini, infatti, ciò che è inconfutabile è che &#8221;la Co2 in atmosfera aumenta inesorabilmente&#8221;. Attualmente si è giunti a una concentrazione di circa 390 parti per milione (450 parti per milione è il valore fissato con cui si rispetta l&#8217;obiettivo posto dagli degli scienziati di tenere l&#8217;aumento della &#8216;febbre&#8217; del Pianeta sotto i due gradi di aumento, oltre i quali si prevedono effetti irreversibili).</p>
<p>Sulla base  del nuovo studio sulla Co2, &#8221;quello che si può prevedere &#8211; ha sottolineato Valentini &#8211; è che dovremo rivedere il modello che riguarda gli oceani&#8221;. Se le stime parlano infatti di terre più efficienti allora &#8221; significa che gli oceani assorbono meno di quanto è stato calcolato&#8221;. Per quanto riguarda le foreste, ha aggiunto lo scienziato.  quelle che &#8221;mangiano&#8221; piu&#8217; Co2 sono quelle temperate, della nostra fascia, e tropicali; assorbimento minore invece per le foreste boreali&#8221;. Il patrimonio forestale italiano e&#8217; in grado di assorbire, ha detto Valentini, 50 milioni di tonnellate di Co2 l&#8217;anno.</p>
<p>La nuova ricerca a cui si fa riferimento è stata coordinata coordinata dall&#8217;universita&#8217; della California, a San Diego, ed ha analizzato i dati raccolti negli ultimi 30 anni riguardo alla composizione chimica dell&#8217;anidride carbonica. In particolare, e&#8217; stato valutato il rapporto fra le diverse forme atomiche che l&#8217;ossigeno puo&#8217; assumere (i cosiddetti isotopi) ed è stato studiato come questo varia nell&#8217;arco dell&#8217;anno in risposta a un fenomeno climatico importante su scala globale, ossia la corrente oceanica El Nino.</p>
<div id="content-corpo">
<p>I risultati hanno dimostrato che il ciclo della CO2 tra atmosfera, oceani e terra è più breve di quanto previsto finora. Grazie a questi dati, i ricercatori hanno quindi ricalcolato i numeri relativi al processo di assimilazione del carbonio da parte delle piante per mezzo della fotosintesi (definita &#8216;produzione primaria lorda&#8217; o GPP): dai 120 miliardi di tonnellate di carbonio per anno previsti dalle stime esistenti prima dello studio si e&#8217; quindi passati a 150-175 miliardi di tonnellate di carbonio annuali.</p></div>
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		<title>Tanzania &#8211; Milioni di persone rischiano la siccità per il disboscamento illegale</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 04:01:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Politicambiente.it, set 2011) - Il taglio indiscriminato e illegale di alberi all&#8217;interno della riserva forestale di Udzungwa Scarp, in Tanzania, potrebbe minacciare seriamente le fonti di acqua essenziali per le attività agricole della valle di Kilombero, nella regione sud occidentale del Paese, dove vivono milioni di persone. L&#8217;allarme è stato lanciato dal &#8220;Tanzania Forest Conservation Group&#8221;, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21070" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-21070" title="Udzungwa Scarp forest (foto dal web)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/09/udzungwa-scarp-forest.jpg" alt="Udzungwa Scarp forest (foto dal web)" width="600" height="399" /><p class="wp-caption-text">Udzungwa Scarp forest (foto dal web)</p></div>
<p>(Politicambiente.it, set 2011) - Il taglio indiscriminato e illegale di alberi all&#8217;interno della riserva forestale di Udzungwa Scarp, in Tanzania, potrebbe minacciare seriamente le fonti di acqua essenziali per le attività agricole della valle di Kilombero, nella regione sud occidentale del Paese, dove vivono milioni di persone. L&#8217;allarme è stato lanciato dal &#8220;Tanzania Forest Conservation Group&#8221;, autore del programma Giustizia per la foresta in Tanzania, dopo un sopralluogo fatto da alcuni funzionari nella grande  riserva naturale africana.</p>
<p> La Udzungwa Scarp Forest Reserve, è una delle più estese della Tanzania centro-meridionale e copre un&#8217;area di circa 200 chilometri quadrati sulle pendici sud-orientale del distretto di Kilombero. Ospita specie animali che non si trovano in nessun&#8217;altra parte del mondo e sette fiumi con una portata d&#8217;acqua capace di soddisfare i bisogni idrici di milioni di persone che vivono nella valle di Kilombero. Da tempo in questo angolo di paradiso taglialegna fuorilegge hanno avviato un massiccio attacco agli alberi della riserva, e sono state realizzate perfino delle vere e proprie fabbriche in cui viene lavorato il legno degli alberi abbattuti. Il problema, secondo quanto riferito dal rapporto, è che le operazioni di disboscamento illegale avvengono nella parti più interne della foresta, lontani da occhi indiscreti. Il Tanzania Forest Conservation Group punta il dito contro l&#8217;incapacità del Governo di fermare lo scempio e contro l&#8217;appoggio che i taglialegna ricevono da alcune comunità locali.</p>
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		<title>Anche Bruxelles lancia l&#8217;allarme sulle risorse globali e propone una &#8220;road map&#8221; per il 2050</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 03:43:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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(Politicambiente.it, set 2011) &#8211; Gli europei dovranno consumare sempre meno risorse del Pianeta &#8211; acqua, combustibili fossili, legno, suolo &#8211; per poter diventare più competitivi sul fronte economico ma anche più amici dell&#8217;ambiente. E&#8217; questo il messaggio che ci giunge dalle linee guida della &#8220;road map&#8221; appena resa nota dalla Commissione Ue per trasformare l&#8217;economia [...]]]></description>
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<div id="attachment_21061" class="wp-caption aligncenter" style="width: 588px"><img class="size-full wp-image-21061" title="Immagine dal web" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/09/globalizzazione.jpg" alt="Immagine dal web" width="578" height="578" /><p class="wp-caption-text">Immagine dal web</p></div>
<p>(Politicambiente.it, set 2011) &#8211; Gli europei dovranno consumare sempre meno risorse del Pianeta &#8211; acqua, combustibili fossili, legno, suolo &#8211; per poter diventare più competitivi sul fronte economico ma anche più amici dell&#8217;ambiente. E&#8217; questo il messaggio che ci giunge dalle linee guida della &#8220;road map&#8221; appena resa nota dalla Commissione Ue per trasformare l&#8217;economia europea in un&#8217;economia sostenibile entro la metà di questo secolo, quando la popolazione mondiale supererà i 9 miliardi di persone. &#8220;La crescita &#8216;verde&#8217; &#8211; ha detto il commissario Ue all&#8217; Ambiente, Janez Potocnik &#8211; è il solo futuro sostenibile per l&#8217;Europa e per il mondo. L&#8217;industria e l&#8217;ambiente devono collaborare, ed essere in sintonia, perché nel lungo termine hanno gli stessi interessi&#8221;. Secondo i dati riferiti dal Bruxelles, attualmente ogni cittadino dell&#8217;Ue consuma mediamente 16 tonnellate di materiali l&#8217;anno. Di queste, sei tonnellate diventano rifiuti che per la metà finiscono nelle discariche, rendendo sempre più ingestibile il settore della spazzatura.</p>
<p>La domanda globale di cibo, mangimi e fibre potrebbe aumentare del 70% per il 2050, visto l&#8217;aumento della popolazione mondiale dovuto alla crescita incontrollata nei Paesi cosiddetti poveri o in via di sviluppo. Però già oggi oltre la metà (60%) dei principali ecosistemi del Pianeta che servono a produrre queste risorse sono degradati o sovrasfruttati. Le parole chiave per un uso sostenibile delle risorse sono quindi: RIDURRE, RIUSARE, RICICLARE, SOSTITUIRE, RISPARMIARE. Questo significa impiegare nuovi materiali (spesso più &#8220;leggeri&#8221;), rinnovabili e riciclati, cambiando anche abitudini e stili di vita.</p>
<p>Ma quali sono le aree prioritarie di intervento individuate nella road map di Bruxelles? 1) Settore alimentare e sprechi di cibo; 2) edilizia e costruzioni; 3) trasporti e mobilità. L&#8217;efficienza in questi tre settori insieme, per la Commissione Ue, è di vitale importanza, visto che da soli causano oltre due terzi degli impatti ambientali attribuibili alle attività economiche.</p>
<p>Il 17% delle emissioni dirette di gas serra della Ue è provocata dal settore cibi e bevande, mentre il 28% dall&#8217;uso dei materiali nell&#8217;edilizia. Uno sforzo combinato di agricoltori, industria alimentare, dettaglianti e consumatori (tramite tecniche di produzione efficienti, scelte di cibo sostenibile e riduzione degli sprechi di cibo) potrebbe migliorare, a parere di Bruxelles, l&#8217;efficienza delle risorse e la sicurezza alimentare a livello globale.</p>
<p>Nel settore dell&#8217;edilizia, costruire e impiegare meglio gli edifici nell&#8217;Ue comporterebbe un taglio del 42% dei nostri consumi finali di energia, di circa il 35% delle emissioni Ue di gas serra e di oltre il 50% di materiali, per non parlare del risparmio di acqua. Altro settore chiave è quello dei trasporti, che deve puntare su servizi efficienti e moderni sia per i passeggeri sia per le merci, non solo per debellare traffico e smog ma anche per non sprecare le risorse ambientali rinnovabili.</p></div>
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		<title>Sovrappopolazione e aumento dei consumi stanno portando la Terra alla bancarotta delle risorse</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 06:41:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Politicambiente.it, set 2011) – L’aumento incontrollato della popolazione mondiale (siamo a 7 miliardi) e il contemporaneo aumento dei consumi individuali stanno portando la  Terra alla bancarotta delle risorse, energetiche e non. Infatti alla data di questo 27 settembre il bilancio del nostro pianeta è entrato in deficit con quello che è stato definito l&#8217;Earth Overshoot [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21045" class="wp-caption aligncenter" style="width: 478px"><img class="size-full wp-image-21045" title="Shangai (foto dal web)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/09/shangai.jpg" alt="Shangai (foto dal web)" width="468" height="313" /><p class="wp-caption-text">Shangai (foto dal web)</p></div>
<p>(Politicambiente.it, set 2011) – L’aumento incontrollato della popolazione mondiale (siamo a 7 miliardi) e il contemporaneo aumento dei consumi individuali stanno portando la  Terra alla bancarotta delle risorse, energetiche e non. Infatti alla data di questo 27 settembre il bilancio del nostro pianeta è entrato in deficit con quello che è stato definito l&#8217;Earth Overshoot Day, ossia la data annuale in cui si esauriscono, statisticamente, le risorse rinnovabili e gli esseri umani devono consumare il patrimonio terrestre non rinnovabile (vedi anche l&#8217;articolo il cui titolo è richiamato qui a fianco, circa l&#8217;allarme lanciato dalla Ue a Bruxelles sulla carenza di risorse). “Non siamo ancora al default ecologico – ha scritto a tale proposito Antonio Cianciullo su La Repubblica &#8211; ma la minaccia di bancarotta è concreta e costerebbe più del tracollo della Grecia. Abbiamo consumato tutte le risorse rinnovabili che la Terra ha a disposizione e per andare avanti dobbiamo indebitarci, cioè utilizzare ricchezza che non ci appartiene”.</p>
<p>Perciò si devono sfruttare senza limiti le foreste, che invece servirebbero a rallentare la corsa del riscaldamento climatico; si devono pescare troppi altri pesci, sottraendoli  a un mare che si impoverisce ogni anno di più; si deve prelevare senza controllo acqua dalle vene fossili (che non si ricaricano); si deve usare sempre più energia tradizionale (petrolio, gas) turbando l&#8217;equilibrio dell&#8217;atmosfera con le emissioni nocive; bisogna cementificare il verde.</p>
<p>Gli esperti hanno stimato che continuando di questo passo, con una popolazione che ha sfondato il limite dei 7 miliardi (e ben 9 miliardi nel 2050) e con i consumi “pro capite” globali in continua crescita, entro la metà del secolo il nostro debito supererà il 100 per cento del “Pil rinnovabile ambientale”: e così per portare i conti delle risorse in pareggio dovremmo avere a disposizione un secondo pianeta Terra. Il calcolo viene dal Global Footprint Network la rete che calcola la biocapacità globale e la confronta con la cosiddetta “impronta ecologica”, cioè con la quantità di risorse naturali richiesta dalla specie umana e, in media, da ogni suo singolo componente.</p>
<p>&#8220;Oggi estraiamo e utilizziamo circa 60 miliardi di tonnellate di materie prime l&#8217;anno, ossia il 50% in più rispetto a trent’anni fa&#8221; ha osservato Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf. &#8220;E&#8217; come se mettessimo in circolazione ogni anno 40 miliardi di nuove automobili che per essere parcheggiate richiederebbero uno spazio delle dimensioni di Italia e Austria messe insieme. Ogni essere umano utilizza in media oltre 8 tonnellate di risorse naturali l&#8217;anno, 22 chili al giorno. Se si includono i materiali di estrazione inutilizzati, il conto sale a 40 chili pro capite al giorno&#8221;.</p>
<p>Se due fattori pesano in negativo (aumento della popolazione e aumento dei consumi pro capite) ce n&#8217;è uno che gioca un ruolo positivo: il miglioramento della tecnologia che permette di fare di più con meno. Ma finora questa voce non è stata in grado di bilanciare la pressione congiunta della crescita demografica e dei consumi.</p>
<p>&#8220;Spingere sul miglioramento tecnologico è necessario e in particolare l&#8217;efficienza energetica e le fonti rinnovabili giocheranno un ruolo fondamentale&#8221;, spiega al proposito Roberto Brambilla, della Rete Lilliput. &#8220;Ma non possiamo pensare – aggiunge &#8211; di vincere questa partita senza intervenire anche sugli stili di vita. Prendere l&#8217;autobus al posto dell’automobile una o due volte in più a settimana, ridurre il consumo della carne, sostituire lo spostamento fisico con lo spostamento di informazioni sul web: sono tutti modi per migliorare la nostra vita alleggerendone l&#8217;impatto ambientale&#8221;.</p>
<p>&#8220;Se la limitazione delle risorse si rafforza ancora, sarà come  tentare di risalire su una scala mobile che scende&#8221; ha detto nei giorni scorsi  Mathis Wackernagel, lo studioso che costituisce il punto di riferimento obbligato per gli studi sull&#8217;impronta ecologica.  &#8220;Dobbiamo approfittare di questa crisi profonda dell&#8217;economia per riconvertirla e ricostruirla in modo più sano e duraturo. Un recupero di lungo termine avrà successo solo se avviene contemporaneamente a una sistematica riduzione della nostra dipendenza da risorse che sono limitate. Cambiare rotta è possibile, ma è un percorso che dobbiamo cominciare subito&#8221;.</p>
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		<title>CLIMA: le temperature aumenteranno &#8220;a sbalzi&#8221; con lunghi periodi di stasi</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 16:11:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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(politicambiente.it, sett 2011) &#8211; L&#8217;aumento delle temperature globali non seguirà, fino al 2100, un andamento lineare e costante perché si registreranno decenni di &#8220;pausa&#8221; in cui, grazie al ruolo giocato dalle acque più profonde degli oceani, le temperature si fermeranno temporaneamente al medesimo livello medio. Ad affermarlo è una ricerca svolta dagli studiosi del National [...]]]></description>
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<div id="attachment_21019" class="wp-caption aligncenter" style="width: 596px"><img class="size-full wp-image-21019" title="Foto da ansa.it (archive material 19960731)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/09/terra-foto-archive-material-19960731.jpg" alt="Foto da ansa.it (archive material 19960731)" width="586" height="440" /><p class="wp-caption-text">Foto da ansa.it (archive material 19960731)</p></div>
<p>(politicambiente.it, sett 2011) &#8211; L&#8217;aumento delle temperature globali non seguirà, fino al 2100, un andamento lineare e costante perché si registreranno decenni di &#8220;pausa&#8221; in cui, grazie al ruolo giocato dalle acque più profonde degli oceani, le temperature si fermeranno temporaneamente al medesimo livello medio. Ad affermarlo è una ricerca svolta dagli studiosi del National Center for Atmospheric Research (Ncar) del Colorado, secondo la quale il riscaldamento globale è fatto di cicli di lungo periodo con all&#8217;interno cicli più brevi di segno diverso. &#8220;Vedremo nel prossimo futuro periodi di pausa lunghi una decina di anni&#8221; ha commentato Gerald Meehl, autore principale dello studio del Ncar. Il fenomeno però non va inteso come una inversione di tendenza, perché il riscaldamento globale andrà comunque avanti pur inframmezzato da periodi di stasi.</p>
<p> I ricercatori americani ritengono che gli strati oceanici oltre i 300 metri di profondità diventeranno nei periodi di &#8220;pausa&#8221; la sede principale di quello che viene chiamato &#8220;calore mancante&#8221;: una specie di accumulatori di caldo imprigionato nelle acque più profonde. In sostanza gli oceani potrebbero essere in grado di assorbire, e quindi di &#8221;nascondere&#8221; gran parte del calore che altrimenti verrebbe indirizzata verso altri luoghi del pianeta, provocando per esempio il riscaldamento superficiale (a sua volta determinante per l&#8217;atmosfera) o la fusione dei ghiacci.</p>
<p>&#8220;Esistono periodi durante i quali, a fronte di un input di energia in arrivo alla superficie esterna dell&#8217;atmosfera terrestre, non fa riscontro un incremento della temperatura media superficiale del pianeta &#8211; ha confermato <strong>Alessio Bellucci</strong>, ricercatore al Centro euromediterraneo per i cambiamenti climatici (Cmcc) &#8211; esistono cioé delle fasi di &#8216;iato&#8217;, durante le quali la temperatura media superficiale osservata resta stabile, o addirittura decresce leggermente&#8221;.</p>
<p>L&#8217;equipe di ricerca americana ha effettuato cinque simulazioni computerizzate, attraverso un potente software del sistema climatico chiamato Community Climate System Model. Facendo la media tra le varie simulazioni, si è giunti alla conclusione che la temperatura aumenterà nel corso di questo secolo di circa 1,4 gradi. Tuttavia si ritiene che vi saranno tra due e quattro periodi di decisa diminuzione della crescita o addirittura di un leggero raffreddamento. Ciascuna di queste pause durerà circa un decennio. Si è anche arrivati ad ipotizzare che esse avranno luogo intorno al 2020, 2054, 2065 e 2070. Nessuno si illuda però che l&#8217;effetto serra molli la presa, mettono in guardia i ricercatori. L&#8217;energia produttrice di calore &#8220;in eccesso&#8221; modificherà gli abissi oceanici che vedranno un innalzamento della temperatura dell&#8217;acqua dal 18% al 19% in più rispetto agli altri periodi. L&#8217;oceano, che ha una capacità termica superiore all&#8217;atmosfera, è in grado di nascondere anomalie termiche per poi farle riemergere in un secondo momento. L&#8217;effetto-rimbalzo sulla temperatura globale che ne deriverà sarà sicuramente rilevante, anche se ancora non facilmente prevedibile.</p>
<p>L&#8217;aspetto più sbalorditivo, infatti, dicono gli esperti del settore, è l&#8217;enorme differenza che esiste tra atmosfera ed oceani se paragonati come serbatoi di calore. La capacità termica dell&#8217;acqua è circa 4 volte maggiore di quella dell&#8217; aria se confrontata a parità di peso, ma è di circa 4000 volte superiore se confrontata a parità di volume.</p></div>
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		<title>Assovetro: l&#8217;Italia è ai vertici in Europa per il riciclo del vetro</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 06:01:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_21008" class="wp-caption aligncenter" style="width: 606px"><img class="size-full wp-image-21008" title="Foto da ansa.it" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/09/vetro-riciclo.jpg" alt="Foto da ansa.it" width="596" height="677" /><p class="wp-caption-text">Foto da ansa.it</p></div>
<p>(politicambiente.it, set 2011) – Italia ai vertici per il recupero del vetro: nel 2010, riferisce l&#8217;Associazione nazionale degli industriali del vetro (<strong>Assovetro</strong>), la quantità di barattoli, bottiglie e flaconi in vetro riciclato è stata pari a circa un milione e mezzo di tonnellate (+8% rispetto all&#8217;anno precedente). Mentre il tasso di riciclo ha raggiunto il 68,3% (66% nel 2009), uno dei risultati migliori a livello europeo. Anche la produzione dei contenitori in vetro (3.656.582 di tonnellate) è in crescita: più 5,43% rispetto al 2009, con un vero e proprio boom nel settore farmaceutico/cosmetico, che ha fatto registrare un aumento dell&#8217; 11,7%.</p>
<p>L&#8217;industria vetraria, riferisce l’Assovetro, è da sempre impegnata a garantire la completa valorizzazione del vetro proveniente dalle raccolte differenziate e a incrementare la capacità di riciclo: &#8220;Nella produzione dei contenitori – sottolinea in una nota &#8211; l&#8217; utilizzo del rottame di vetro è strategico per risparmiare energia e materie prime, nonché per diminuire le emissioni di CO2&#8243;.</p>
<p>Grazie al riciclo del vetro, in Italia nel 2010 sono state risparmiate circa 2 milioni di tonnellate equivalenti di CO2, pari alla circolazione di più di un milione di utilitarie Euro 4 in un anno. L&#8217;utilizzo, da parte dell&#8217;industria, del vetro proveniente dalle raccolte differenziate ha portato, nel 2010, ad un risparmio di più di 3 milioni di tonnellate di materie prime come sabbia, soda e calcare. </p>
<p>E ora su Facebook è arrivato anche il &#8220;gioco della bottiglia&#8221; lanciato dal movimento dei consumatori europei, Friends of Glass, con il supporto della Federazione Europea dell&#8217;Industria del vetro (Feve) che ogni giorno designerà i migliori nel del riciclo. Il gioco si chiama &#8220;Pass the bottle&#8221; e invita gli iscritti al social network a sperimentare in prima persona il riciclo corretto di una bottiglia virtuale di vetro. Il gioco è semplice e divertente: consiste nel bere da una bottiglia e passarla tra gli amici virtuali fino a vuotarla. Chi la vuota e l&#8217;avvia al riciclo riceverà il titolo di &#8220;Vero Amico del Vetro&#8221;.</p>
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		<title>NUCLEARE &#8211; Il 2011 è l&#8217;anno del declino definitivo per le centrali</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 12:58:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_20996" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-large wp-image-20996" title="La centrale nucleare di Marcoule (foto dal web)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/09/phenix-marcoule-576_139-600x219.jpg" alt="La centrale nucleare di Marcoule (foto dal web)" width="600" height="219" /><p class="wp-caption-text">La centrale nucleare di Marcoule (foto dal web)</p></div>
<p>(politicambiente.it, set 2011) – Il 2011 è stato l’anno del disastro per le centrali atomiche perché nel giro di pochi mesi l&#8217;immagine del nucleare sicuro si è rovesciata nel suo contrario, smentendo decenni di campagne pubblicitarie che lo avevano presentato come uno dei top della nostra capacità tecnologica. Dunque, il 2011 si è caratterizzato come l&#8217;anno dell&#8217;insicurezza nucleare. A marzo, assieme al disastro di Fukushima, è andata in pezzi la credibilità del Giappone, uno dei tre paesi leader della fissione per usi civili. Adesso l&#8217;allarme rosso è giunto alle porte dell&#8217;Italia, nella Francia che ha puntato tutto sull&#8217;atomo e che si trova ora di fronte a difficoltà crescenti, in un&#8217;Europa in cui la Germania guida il trapasso epocale verso l&#8217;energia ricavata da fonti rinnovabili.</p>
<p>Il bilancio dell&#8217;esplosione nel sito nucleare di Marcoule è ancora incerto. La protezione civile si è subito allertata per timore di una fuga radioattiva, poi smentita. Il comunicato dell&#8217;autorità francese per la sicurezza nucleare parla di un morto e di 4 feriti nell&#8217;incidente: si spera che la situazione non si aggravi. E’ certo però che il mito della sicurezza nucleare &#8211; che nel 1986 aveva indotto Parigi a oscurare le notizie sulla nube radioattiva proveniente da Cernobyl &#8211; non esiste più. L&#8217;elenco degli incidenti registrati negli ultimi anni è preoccupante e, con soli 400 reattori in funzione (o poco più), ci sono stati 3 casi di fusione del nocciolo in 32 anni (Three Mile Island nel 1979, Cernobyl nel 1986, Fukushima nel 2011).</p>
<p>Questa situazione, ben diversa da quella rappresentata nelle nelle previsioni dei governi, giustifica il cambiamento sempre più acc entuato dell&#8217;opinione pubblica. Un cambiamento percepibile anche tenendo conto di episodi apparentemente minori. Ad esempio l&#8217;incidente del 2008 all&#8217;impianto di Tricastin (una banale operazione di pulizia di una vasca causò la fuoruscita di 30 mila litri di acqua radioattiva nei fiumi vicini) ha poi indotto i viticoltori della zona a una battaglia legale durata due anni per cambiare denominazione al vino doc della zona. Che risultava invendibile finché rimase associato al nome di un luogo che era stato contaminato.</p>
<p>Anche i mercati hanno decretato il declino del nucleare civile. Al di là della scivolata del titolo Edf dopo la notizia dell&#8217;esplosione a Marcoule (meno 6 per cento), la percezione della misura del rischio legato al ciclo del nucleare ha cambiato la convenienza degli investimenti sull&#8217;atomo. La capacità di produzione elettrica del nucleare, a livello globale, è infatti in diminuzione.</p>
<p>E il colosso francese del nucleare, Areva, l&#8217;anno scorso è stato declassato da Standard and Poor&#8217;s passando da A a BBB. Aveva perso un buon numero di gare d’appalto per la costruzione di impianti all&#8217;estero e si era “incartato” in un contenzioso legale da più di un miliardo di euro per i ritardi nella costruzione del reattore di Olkiluoto, il primo di una serie annunciata come la base del rilancio nucleare. La ciambella di salvataggio improvvidamente lanciata dal governo italiano di S.B. &#8211; con la decisione di acquistare 4 centrali &#8211; era risultata un elemento troppo isolato per modificare la situazione di fondo. Ora il continuo susseguirsi di incidenti spinge a concentrare l&#8217;attenzione sullo smantellamento: il governo britannico nel 2007 ha valutato in 125 miliardi di euro il costo della eliminazione del suo vecchio parco nucleare. Da questo punto di vista l&#8217;Italia appare fortunata perché il suo carico di centrali da rottamare è molto ridotto. Può quindi approfittarne per investire le risorse disponibili verso l&#8217;energia pulita destinata a dominare i prossimi decenni.</p>
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		<title>CLIMA &#8211; Entro fine secolo Berlino come Roma, e questa come Algeri</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 12:06:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
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		<category><![CDATA[associazione internazionale di climatologia]]></category>
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(politicambiente.it, set 2011)  &#8211; Entro la fine di questo secolo Berlino avrà un clima tipicamente mediterraneo identico, per le temperature, a quello che i turisti trovano oggi a Roma e , nello stesso tempo, il clima della capitale italiana sarà simile a quello di Algeri, Tripoli o Tunisi, oppure di regioni come l&#8217;Andalusia. Lo prevedono le proiezioni [...]]]></description>
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<div id="attachment_20985" class="wp-caption aligncenter" style="width: 596px"><img class="size-full wp-image-20985" title="Estate 2011: caldo forte in piazza dell'Esedra a Roma (foto dal web)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/09/caldoroma.jpg" alt="Estate 2011: caldo forte in piazza dell'Esedra a Roma (foto dal web)" width="586" height="366" /><p class="wp-caption-text">Estate 2011: caldo forte in piazza dell&#39;Esedra a Roma (foto dal web)</p></div>
<p>(politicambiente.it, set 2011)  &#8211; Entro la fine di questo secolo Berlino avrà un clima tipicamente mediterraneo identico, per le temperature, a quello che i turisti trovano oggi a Roma e , nello stesso tempo, il clima della capitale italiana sarà simile a quello di Algeri, Tripoli o Tunisi, oppure di regioni come l&#8217;Andalusia. Lo prevedono le proiezioni sui cambiamenti climatici e sull&#8217; innalzamento della temperature, messe a punto presentate dai professori Wilfierd Endlicher (dell&#8217;Università Humboldt di Berlino) e Massimiliano Fazzini (Università di Ferrara). Il loro studio è stato presentato ai Colloqui internazionali 2011 dell&#8217;Aic (Associazione internazionale di climatologia) nell&#8217;ambito di &#8220;Climaticamente&#8221;, un evento organizzato a Rovereto, in Trentino, con la presenza di 150 esperti di tutto il mondo.</p>
<p>Tra le conseguenze dirette del cambio di clima, per quanto riguarda Roma, si prevede un aumento delle precipitazioni (e della loro intensità) nei periodi estivo e autunnale. Meno pioggia, invece, durante l&#8217; inverno. Le novità sarebbero destinate a sconvolgere anche il settore della produzione vinicola: tra 70/100 anni, ha detto Endlicher, si potrà coltivare con profitto la vite nella zona del mar Baltico, in Germania, in Danimarca e in Polonia. Sinora il limite a Nord coincideva con le regioni dello Champagne (Francia) e del Reno (Germania), ma già oggi non è più così.</p>
<p>&#8220;Alcuni italiani hanno ripreso a coltivare la vite nella zona di Charleroi e Liegi, in Belgio dove già in passato si produceva vino a livello familiare &#8211; ha chiarito Michel Erpicum, dell&#8217;Università di Liegi &#8211; ma con alterni risultati anno per anno, tanto che tale attività venne sospesa: ora ci si riprova e con risultati decisamente migliori&#8221;. L&#8217;innalzamento della temperatura porta novità anche in Francia &#8211; ha spiegato Gerard Beltrando, dell&#8217;Università Diderot di Parigi &#8211; dove tradizioni consolidate sono messe in dubbio. Si registra un netto miglioramento qualitativo delle uve nello Champagne e un calo di qualità nella zona di Bordeaux e nella Borgogna, con riflessi economici sia sulla produzione sia sulle coltivazioni.</p>
<p>E se in Italia con l&#8217;innalzamento della temperatura il limite in quota dei boschi di conifere è salito da 1.800 a 2.100/2.200 metri di altitudine &#8211; come risulta dai dati &#8216;Meteomont &#8216;della Forestale &#8211; &#8220;in Canada le foreste di latifoglie si trovano 50Km più a nord rispetto a 20/30 anni fa &#8211; ha concluso Andrea Hufty, dell&#8217;Università Laval del Quebec &#8211; con un notevole impatto sull&#8217;ecosistema e sulla fauna&#8221;.</p></div>
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		<title>Ricercatori OGS: il petrolio? Ci sono riserve per almeno 130 anni</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 13:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
				<category><![CDATA[Combustibili fossili]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Vesnaver]]></category>
		<category><![CDATA[barili virtuali]]></category>
		<category><![CDATA[estrazione petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale]]></category>
		<category><![CDATA[Ogs]]></category>
		<category><![CDATA[speculazione]]></category>
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		<description><![CDATA[(politicambiente.it, set 2011) – Il petrolio non finirà tanto presto, come hanno affermato in passato numerosi studi internazionali, né si prevedono a breve scadenza scenari apocalittici provocati dai continui aumenti di prezzo dell&#8217;oro nero, con conseguenti guerre commerciali per accaparrarsene le ultime gocce. Le riserve naturali ci sono (sufficienti per almeno i prossimi 130 anni) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_20968" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><img class="size-full wp-image-20968" title="Estrazione del petrolio (foto dal web)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/09/estrazione-petrolio.jpg" alt="Estrazione del petrolio (foto dal web)" width="500" height="297" /><p class="wp-caption-text">Estrazione del petrolio (foto dal web)</p></div>
<p>(politicambiente.it, set 2011) – Il petrolio non finirà tanto presto, come hanno affermato in passato numerosi studi internazionali, né si prevedono a breve scadenza scenari apocalittici provocati dai continui aumenti di prezzo dell&#8217;oro nero, con conseguenti guerre commerciali per accaparrarsene le ultime gocce. Le riserve naturali ci sono (sufficienti per almeno i prossimi 130 anni) e con i nuovi metodi di estrazione studiati dai ricercatori di tutto il mondo sarà ora più facile individuarle e sfruttarle. Dell&#8217;argomento si è discusso per due giorni a Trieste, nel corso di un workshop di studio organizzato dall&#8217;Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs).</p>
<p>&#8221;Già due o tre anni fa, prima della crisi, le riserve stimate erano di 130 anni” ha detto all’agenzia ANSA Aldo Vesnaver, il quale passa sei mesi l&#8217;anno in Arabia Saudita a insegnare le tecniche di estrazione ai ricercatori arabi. “Ora che i consumi sono calati – ha spiegato il ricercatore dell’Ogs &#8211; il petrolio potrebbe durare ancora più a lungo. Un grosso problema è che per ogni barile di petrolio realmente estratto ce ne sono almeno 20 virtuali, che passano di mano sulla carta. E chi specula sul petrolio virtuale ovviamente ha tutto l’interesse ad accreditare il ‘messaggio’, falso, che il petrolio stia per finire&#8221;.</p>
<p>Le stime si basano sulle riserve già esistenti, ha spiegato Vesnaver ed ha aggiunto: &#8221;Un altro grosso problema è che la maggior parte del petrolio si trova in mano a compagnie di Stato, dal Venezuela all’Arabia Saudita. Per questo le multinazionali private continuano a cercarlo ancora: perché quello che producono loro è molto meno dell’oro nero statale. E quello ‘privato’ sì, potrebbe finire presto&#8221;.</p>
<p>Il ricercatore  ha presentato al convegno triestino una tecnica sviluppata per “auscultare” i movimenti dei giacimenti sotterranei grazie ai micro terremoti provocati dalle tecniche di estrazione: &#8221;Il petrolio si tira fuori dai giacimenti utilizzando due pozzi &#8211; spiega l&#8217;esperto &#8211; uno da cui si estrae e uno in cui viene pompata acqua ad alta pressione. Quest’ultima provoca delle microfratture nella roccia, che possono essere rilevate con sismografi estremamente sensibili. Dallo studio di questi &#8217;scricchiolii&#8217; si possono capire le caratteristiche e l’estensione del giacimento&#8221;. La stessa tecnica, spiega Vesnaver, può essere usata nello stoccaggio della CO2, per riuscire a capire i limiti oltre il quale non si può più pompare il gas (in questo caso l’anidride carbonica).</p>
<p>Al workshop di Trieste hanno partecipato 40 ricercatori provenienti da vari paesi, tra cui Stati Uniti, Brasile, Arabia Saudita, Russia, Francia, Pakistan e Slovacchia, e rappresentanti della National Iranian South Oil Company e della Saudi Aramco.</p>
<p>Un altro tema interessante del convegno è stato quello dei gas idrati, di cui Umberta Tinivella dell&#8217;Ogs è referente internazionale. Questi gas, formati essenzialmente da metano congelato, stanno catturando l&#8217;attenzione della comunità scientifica internazionale, perchè potrebbero costituire una nuova riserva di gas naturale quasi inesauribile.</p>
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		<title>ROMANO PRODI: l&#8217;Italia è malata di un cancro, l&#8217;evasione fiscale</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Aug 2011 05:39:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[conti pubblici]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<category><![CDATA[padoa schioppa]]></category>
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		<description><![CDATA[(politicambiente.it, ago 2011) – Romano Prodi è tornato a parlare a tutto campo di economia e di politica nazionale, intervistato da Radio24. E ha parlato anche di tasse e di evasione fiscale come il problema di fondo dell’Italia, come una sorta di cancro che la corrode e la debilita. Lui che da presidente del Consiglio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_20926" class="wp-caption aligncenter" style="width: 390px"><img class="size-full wp-image-20926" title="Romano Prodi (foto dal web)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/08/Romano-Prodi-crisi-economica.jpg" alt="Romano Prodi (foto dal web)" width="380" height="322" /><p class="wp-caption-text">Romano Prodi (foto dal web)</p></div>
<p>(politicambiente.it, ago 2011) – Romano Prodi è tornato a parlare a tutto campo di economia e di politica nazionale, intervistato da <em>Radio24. </em>E ha parlato anche di tasse e di evasione fiscale come il problema di fondo dell’Italia, come una sorta di cancro che la corrode e la debilita. Lui che da presidente del Consiglio, assieme ai ministri Padoa Schioppa e Visco, aveva programmato fin dal 2006 – con consapevole preveggenza &#8211; un risanamento graduale dei conti pubblici italiani basato su sacrifici relativamente modesti ma spalmati su tutte le categorie sociali. Cosa che non piacque a molti italiani ignoranti, avidi ed egoisti, i quali pensarono bene di cacciarlo a furor di popolo, sostituendolo con S.B. e la sua banda. E non ci si venga a dire che il governo Prodi cadde a causa di Mastella, perché le dimissioni del ministro della Giustizia (sic!) furono solo uno strumento inventato a bella posta. La verità è che Prodi, Padoa Schioppa e Visco caddero perché i soliti cafoni arricchiti nostrani – e altri che tenevano loro bordone &#8211; non volevano pagare una lira (o un euro&#8230;) di imposte in più, illudendosi che i debiti non si onorano oppure che li debbano onorare “gli altri”.</p>
<p>       Oggi Romano Prodi torna a ripetere che l’Italia,  la libertà di tutti gli italiani e la democrazia “<strong>si difendono con le ricevute</strong>, soprattutto con quelle elettroniche che lasciano la tracciabilità: se non si fa questo il Paese sarà sempre disastrato a causa dell’<strong>evasione fiscale</strong>”. L’ex Presidente del Consiglio, intervistato a <em>Radio 24</em> dopo il varo della manovra economica d’emergenza degli scorsi giorni da parte del governo di S.B., traccia un quadro severo di questo Esecutivo, diviso e sempre in preda a lotte intestine. “In questa maggioranza di destra ognuno ha la sua tesi e ognuno ha un’opinione diversa – ha detto Prodi &#8211; ognuno mette un pezzo di veto e quel che rimane è un solo un frammento, un pezzettino di decisione che non può certo risanare l’Italia”.</p>
<div id="attachment_20931" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-20931" title="Angela Merkel parla con Romano Prodi (foto propertyposter dal web)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/08/06-angela-merkel-spricht-mit-romano-prodipropertyposter-300x222.jpg" alt="Angela Merkel parla con Romano Prodi (foto propertyposter dal web)" width="300" height="222" /><p class="wp-caption-text">Angela Merkel parla con Romano Prodi (foto propertyposter dal web)</p></div>
<p>E se all’ex presidente del Consiglio si propone un paragone tra l’<strong>EUROTASSA </strong>a suo tempo applicata dal primo governo Prodi per centrare l’obiettivo della moneta unica (Euro) e l’attuale <strong>CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA’</strong> che colpirà i redditi della classe media italiana, egli lo rifiuta. “La nostra di allora era una gara per la promozione, per entrare nel club dell’euro” e il governo “lavorava insieme in modo collettivo”. “Ricordo – aggiunge &#8211; lunghe discussioni con <strong>Ciampi</strong>, <strong>Napolitano</strong>, <strong>Andreatta</strong>. Facevamo simulazioni con i funzionari. Oggi, con l’attuale maggioranza, ognuno ha una sua tesi e le sue opinioni: una confusione peggiore della Torre di Babele”.</p>
<p>Per Prodi, sembra dunque di capire, il <strong>problema </strong>italiano è <strong>tutto politico</strong> e si annida nella crisi dell’attuale Governo. A parere dell’ex presidente del Consiglio, la ragione principale dell’attacco speculativo all’Italia sta nella spaccatura nel governo, nella lotta continua tra S.B. e i suoi. I mercati, secondo il professore bolognese di economia, sono sensibili alla politica debole, all’insicurezza dei governi. “L’elemento scatenante per la crisi – sottolinea Prodi &#8211; è stato quello di avere dei dissidi nel governo. La speculazione spara sulla Croce Rossa e l’Italia è molto debole, anche perché non ha una politica europea completa”. L’ex premier critica a fondo anche <strong>Giulio Tremonti</strong>: “Per un periodo – dice a <em>Radio 24</em> &#8211; ha avuto una propria autorità, ma nelle ultime settimane questa si è indebolita ed è lì che le agenzie di rating hanno cominciato a sparare sulla Croce Rossa”.</p>
<p>Ma non è solo la maggioranza a soffrire, a parere di Prodi. Del resto nelle scorse settimane lui stesso, che è stato a lungo presidente della Commissione europea, aveva parlato anche della <strong>crisi etica </strong>che attanaglia <strong>tutta la politica </strong>italiana: “Ho sostenuto da mesi che forse bisognava toccare il fondo per risorgere. Ci siamo arrivati”.</p>
<p>Quale la soluzione, gli è stato chiesto? Qualche tempo fa Prodi aveva fatto capire che ipotesi governative di “unità nazionale” non erano praticabili: “Non si può – dice oggi &#8211; cambiare un governo durante una crisi come quella attuale se non c’è una chiara alternativa. Un eventuale <strong>governissimo</strong> durerebbe un giorno”. Un concetto che Prodi, nonostante l’avversione nei confronti di S.B., aveva ripetuto tanto da incaricare il suo ex ministro <strong>Giulio Santagata</strong> di dichiararee che “andare al voto adesso sarebbe demenziale: ogni vuoto sarebbe pericolosissimo; piuttosto bisogna creare un’alternativa forte, non d’emergenza”.</p>
<p>Ma il problema più grande per Prodi è quello della evasione fiscale. “Non possiamo andare avanti in questo modo, il Paese andrà alla rovina. Obbligare a tenere bene la contabilità <strong>non è comunista</strong>”, ha detto ancora all’emittente radiofonica Radio 24. Anche perché, secondo l’ex presidente, “se non si colpisce l’evasione fra tre anni siamo daccapo”.</p>
<p>Un’ultima frecciata Prodi la riserva proprio alle agenzie di <em>rating: </em>“Sono come <strong>Qui Quo Qua</strong>, vanno d’accordo tra loro. Sono tutte americane e si mettono d’accordo. Non c’è niente da fare, istintivamente rispondono a stimoli politici. <strong>Ci vogliono agenzie europee, cinesi, indiane</strong>”.</p>
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		<title>PETROLIO &#8211; Le coste italiane minacciate dalle trivellazioni</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 13:41:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Adam</dc:creator>
				<category><![CDATA[ENERGIA]]></category>
		<category><![CDATA[Mare]]></category>
		<category><![CDATA[idrocarburi]]></category>
		<category><![CDATA[Legambiente]]></category>
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 (politicambiente.it, ago 2011) – L’ultimo rapporto di Legambiente illustra tutti i rischi legati alle 117 nuove trivelle petrolifere che minacciano il mare e il territorio italiano, con particolare riguardo al Canale di Sicilia e all’Adriatico Meridionale. Sul territorio nazionale sono stati concessi 21 nuovi permessi di ricerca (per un totale di 41.200 chilometri quadrati) e [...]]]></description>
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<div id="attachment_20911" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><img class="size-full wp-image-20911" title="Le coste italiane minacciate dalle trivellazioni petrolifere (foto da ansa.it)" src="http://www.politicambiente.it/wp-content/uploads/2011/08/coste-e-trivellazioni.jpg" alt="Le coste italiane minacciate dalle trivellazioni petrolifere (foto da ansa.it)" width="600" height="402" /><p class="wp-caption-text">Le coste italiane minacciate dalle trivellazioni petrolifere (foto da ansa.it)</p></div>
<p style="text-align: left;"> <span style="line-height: 115%; font-size: 14pt;">(politicambiente.it, ago 2011) – L’ultimo rapporto di Legambiente illustra tutti i rischi legati alle 117 nuove trivelle petrolifere che minacciano il mare e il territorio italiano, con particolare riguardo al Canale di Sicilia e all’Adriatico Meridionale. Sul territorio nazionale sono stati concessi 21 nuovi permessi di ricerca (per un totale di 41.200 chilometri quadrati) e neppure il mare è stato risparmiato. Sono infatti 25 i permessi di ricerca rilasciati fino 31 maggio 2011, per un totale di quasi 12mila chilometri quadrati. Dodici riguardano il canale di Sicilia, sette l&#8217;Adriatico settentrionale, tre il mare tra Marche e Abruzzo, due la Puglia e uno la Sardegna. Se ai permessi rilasciati si sommano anche le aree per cui sono state avanzate richieste per attività di ricerca petrolifera secondo le stime dell&#8217;associazione ambientalista l&#8217;area coinvolta diventa di 30mila chilometri quadrati, una superficie più grande della Sicilia.</span></p>
</div>
<p> Nel dettaglio, spiega Legambiente, le aree di mare oggetto di richiesta di ricerca sono 39: 21 nel canale di Sicilia, 8 tra Marche, Abruzzo e Molise, 7 sulla costa adriatica della Puglia, 2 nel golfo di Taranto, e una nell&#8217;Adriatico settentrionale. “Siamo di fronte ad un vero e proprio assedio del Mare Nostrum da parte delle compagnie straniere, che hanno presentato il 90% delle istanze di ricerca nel mare del nostro Paese, considerato il nuovo Eldorado, grazie alle condizioni molto vantaggiose per cercare ed estrarre idrocarburi&#8221;, dichiara Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente.</p>
<p>In Italia nel 2010 sono state estratte 5 milioni di tonnellate di petrolio (di cui circa 700mila tonnellate a mare). La produzione di petrolio da trivellazione a mare, avviene in due zone in particolare: la costa meridionale siciliana, tra Gela e Ragusa, dove nel 2010 si è prelevato il 54% del totale, e il mar Adriatico centro meridionale dove è stato estratto il restante 46%. Proprio su queste due zone secondo il dossier di Legambiente si concentra l&#8217;attenzione delle compagnie per le nuove trivellazioni, che non intenderebbero risparmiare neppure aree marine protette come le isole Egadi e Tremiti.</p>
<p style="text-align: left;">Legambiente esprime poi anche la propria preoccupazione per un disegno di legge attualmente in discussione in Parlamento per l&#8217;adozione di un Testo Unico sulla ricerca e la coltivazione degli idrocarburi nel quale è prevista la semplificazione dell&#8217;iter autorizzativo escludendo motivazioni di carattere ambientale.</p>
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